L'industria musicale in borsa col coronavirus

L'osservatorio su alcuni dei titoli più significativi del settore fornisce alcune indicazioni sull'andamento dei diversi segmenti
L'industria musicale in borsa col coronavirus
Credits: Rockol

L’8 marzo avevo condotto una prima e pressoché immediata analisi alla luce del lockdown appena iniziato per osservare quali e quanto rilevanti fossero le oscillazioni di una dozzina di titoli “musicali” a partire dal 21 febbraio.

Nell’aggiornamento di oggi – lungi dal ritenere che questa fotografia possa restare sufficientemente affidabile nel medio periodo – la situazione appare un po’ più consolidata, avendo il mercato scontato e anticipato molti dei danni in essere e di quelli ancora attesi per l’industria musicale. Emergono alcune caratteristiche ed alcune divergenze all’interno dei diversi segmenti.

Il fronte delle big tech si spacca rispetto a un mese e mezzo fa, con Amazon che risale e continua a crescere praticamente fino al suo massimo storico mentre Google e Apple perdono un altro 6-7%. E’ bene rimarcare che qui la musica impatta molto relativamente e che i diversi andamenti si spiegano con l’esplosione dell’e-commerce da un lato ed il crollo della pubblicità e la chiusura dei negozi flagship dall’altro. Ma, proprio perché la musica conta poco, le perdite tutto sommato contenute dei colossi dovrebbero suonare come un campanello d’allarme: la loro immensa disponibilità potrebbe tirare il grilletto del consolidamento nei mesi a venire.

Sul segmento “live”, rispetto alla precedente rilevazione, si registra un andamento molto diverso delle quotazioni dei due protagonisti maggiori del ticketing Live Nation ed Eventim, che avevano entrambe perso il 30%: mentre Eventim tiene, Live Nation ha perso quasi altrettanto dimezzando il suo valore di mercato. Oggi, per quello che conta, il gruppo americano vale un terzo di Spotify: è coerente? O è un’opportunità?

Le piattaforme musicali, a proposito, continuano a tenere: Spotify perde poco e Tencent aumenta poco. In questa fase, se non ai livelli del video, anche l’audio streaming argina il danno. Non si può dire altrettanto di Sirius (comparto radio satellitare): non ci sono effettivi comparables in Italia, ma sarebbe difficile non arguire che qui il danno è procurato dal combinato disposto del crollo pubblicitario e dall’azzeramento del pendolarismo, con caduta degli ascolti.

Piuttosto male è andata anche alla tecnologia specificatamente musicale: Avid (proprietaria di Pro Tools) e Sonos hanno perso ancora, lasciando sul terreno altro valore.

Continua a scendere Vivendi, casa madre di Universal Music, che perde un altro 10%.

Di seguito, il dettaglio dei titoli osservati in ordine alfabetico.

  • Amazon: quotata al NASDAQ americano, nella rilevazione dell’8 marzo era scesa a $ 1901,09, perdendo circa il 9%; oggi il titolo è a $ 2.328 (+22%): l’azienda vale un triliardo e 159 miliardi di dollari.
  • Apple: quotata al NASDAQ americano, nella rilevazione dell’8 marzo era scesa a $ 288,95, perdendo circa l’8%; oggi il titolo è a $ 268 (-7%): l’azienda vale un triliardo e 174 miliardi di dollari.
  • Avid: quotata al NASDAQ americano, nella rilevazione dell’8 marzo era scesa a $ 7,13, perdendo circa il 18%; oggi il titolo è a $ 6,19 (-13%): vale 260 milioni di dollari.
  • Eventim: quotata allo Xetra tedesco, nella rilevazione dell’8 marzo era scesa a € 42,46, perdendo circa il 28%; oggi il titolo è a € 41,91 (-1,3%): l’azienda vale 4 miliardi e 43 milioni di euro e ha bruciato circa 1,9 miliardi.
  • Google: quotata al NASDAQ americano, nella rilevazione dell’8 marzo era scesa a $ 1295,74, perdendo circa il 13%; oggi il titolo è a $ 1216 (-6%): l’azienda vale 834 miliardi di dollari.
  • Hipgnosis: quotata al LSE britannico, nella rilevazione dell’8 marzo era scesa a £ 103, perdendo il 4,5%; oggi il titolo è a £ 101,36 (-1,5%); l’azienda vale circa 624 milioni di sterline.
  • Live Nation: quotata al NYSE americano, nella rilevazione dell’8 marzo era scesa a $ 53, perdendo circa il 28%; oggi il titolo è a $ 36,47 (-32%): l’azienda vale 7,8 miliardi e ha bruciato 8,5 miliardi.
  • Sirius XM: quotata al NASDAQ americano, nella rilevazione dell’8 marzo era scesa a $ 6,44, perdendo circa l’11% del proprio valore; oggi il titolo è a $ 5 (-22,5%): l’azienda vale 22 miliardi di dollari e ha bruciato quasi 10 miliardi.
  • Sonos: quotata al NASDAQ americano, nella rilevazione dell’8 marzo era scesa a $ 10,48, perdendo quasi il 20% del proprio valore; oggi il titolo è a $ 8,61 (- 18%): vale 947 milioni di dollari.
  • Sony Corp.: quotata al Nyse americano, nella rilevazione dell’8 marzo era scesa a $ 63,12, perdendo circa il 4% del proprio valore; oggi il titolo è a $ 62,05: l’azienda vale 76 miliardi di dollari.
  • Spotify: quotata al Nyse americano, nella rilevazione dell’8 marzo era rimasta pressochè invariata a $ 145,14; oggi il titolo è a $ 139,14 (-4%): l’azienda vale 25,65 miliardi di dollari (- 1 miliardo).
  • Tencent: quotata al Nyse americano, nella rilevazione dell’8 marzo era scesa a $ 50,09: praticamente invariata; oggi il titolo è a $ 51,07; l’azienda vale 490 miliardi di dollari.
  • Vivendi: quotata a Parigi,  nella rilevazione dell’8 marzo era scesa a € 22,85, perdendo circa il 9% del proprio valore; oggi il titolo è a € 20,52 (-10%): l’azienda vale 23,6 miliardi di euro.

(MusicBiz esce tutte le settimane su Rockol)

(Giampiero Di Carlo)

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