"One world: together at home". Il commento, a caldo.

Il meglio, e il peggio, dell'evento televisivo di sabato 18 e domenica 19 aprile

"One world: together at home". Il commento, a caldo.

Il 13 luglio 1985 io c'ero, al Live Aid. Insomma: non proprio a Wembley, o a Filadelfia, ma nel salotto della casa dei miei genitori, attrezzato con un ingombrante videoregistratore Betamax (non era ancora stato messo in soffitta dal VHS), con il quale ho registrato tutte le 16 ore del concerto messo in piedi da Bob Geldof.

Nel 1985 non ero già più un ragazzino, avevo i miei 32 anni, eppure l'emozione fu grandissima, e non l'ho dimenticata.
Oggi gli anni che ho sul gruppone sono più che raddoppiati, e forse anche per questo mi sarebbe stato difficile riprovare un'emozione paragonabile a quella del Live Aid assistendo, come ho fatto dalle otto di ieri sera alle quattro di stamattina (mentre scrivo sono le cinque) alle otto ore dell'evento "One World: Together at home". Ma a parte la mia attuale capacità di emozionarmi, i due eventi sono, per svariate ragioni, assolutamente imparagonabili - e mi hanno fatto sorridere i titoli dei giorni scorsi su molti giornali che hanno definito "One world" come "il nuovo Live Aid".
In "One world" c'era troppa roba per raccontarla tutta, e inevitabilmente un po' affastellata, un po' scoordinata, e inevitabilmente penalizzata dal formato "io suono da casa" di tutte le esibizioni (QUI LA SCALETTA COMPLETA).
Cosa mi rimarrà in mente di queste otto ore? Adesso, a caldo, direi soprattutto un'immagine: quella di Charlie Watts che, sogghignando, finge di suonare la batteria su "You can't always get what you want" con Mick Jagger, Keith Richards e Ron Wood, in uno schermo diviso in quattro, anche molto simbolicamente evocativo del distanziamento imposto dal Coronavirus.
(Dovrei aggiungere anche la versione - come dire - inusuale di "Lady Madonna" offerta da un Paul McCartney insolitamente sottotono nell'umore, forse commosso dal ricordo della madre infermiera, ricordo peraltro ben preparato dall'esibizione di una foto di famiglia con Paul, suo fratello Mike e la madre Mary).
Per il resto, alcune cose belle (la composta "Smile" di Lady Gaga; Annie Lennox, pur con la sua "I saved the world today" penalizzata dall'audio; lo sfacciatissimo Adam Lambert di "Mad world" dei Tears for Fears; la "River Cross" di Eddie Vedder; Lizzo e la sua versione di "A change is gonna come" di Sam Cooke; e l'esecuzione piano e voce di Taylor Swift con "Soon you'll get better"), alcune performance decorose, e molti riempitivi, specialmente - com'era ovvio - nella lunga parte di avvicinamento al clou delle due ore finali.
L'avevo scritto in anticipo, e non posso dire di essermi sbagliato: la trasmissione "italiana" delle due ore finali, affidata per ragioni incomprensibili a Ema Stokholma e Fabio Canino, è stata fra il penoso e il patetico. Intervallata, negli spazi pubblicitari dell'emissione televisiva statunitense, da quattro irragionevoli interventi "da casa" (Malika Ayane, il per me sconosciutissimo e del tutto incongruo Paolo Stella, "fashion influencer", Leo Gassmann e lo stilista Antonio Marras), la conduzione della coppia si è aperta sotto i migliori auspici quando la Stokholma ha annunciato garrula "la reunion dei Rolling Stones", per poi spiegare tutta convinta che "You can't always get what you want" dei suddetti Stones è "un pezzo perfetto per l'occasione" (eh? potrebbe spiegare perché?); ma c'è stato spazio anche per un "Megaton", dato come titolo dell'ultimo album dei Pearl Jam (che s'intitola "Gigaton", lo sapete), e per un "i Maluma" (non sono una band, è un solista) - però di queste due perle non sono certissimo dell'attribuzione (potrebbero essere farina del sacco di Canino). Ma a parte gli svarioni, è proprio il tono della conduzione che è risultato fuori luogo; risatine, battutine, divagazioni extramusicali, e un abbigliamento (Stokholma era vestita, si fa per dire, con un abitino di stagnola pensato per farle mostrare le gambe fino all'inguine, grazie a uno strategico sgabello: in una serata in cui il fantasma del Coronavirus era incombente, in cui si sono visti di continuo mascherine, camici protettivi e respiratori, un filo di sobrietà e di compostezza sarebbe stato il minimo sindacale).
Più e più volte mi sono chiesto perché mai la RAI non abbia preferito trasmettere senza intromissioni il segnale video americano, eventualmente con una traduzione simultanea - che c'era, ma veniva spesso coperta dalle voci dei due conduttori. Sarebbe stato di gran lunga preferibile.
Se pensate che io sia troppo critico, avete l'opportunità di farvi un'idea rivedendo le due ore in replica - mi pare l'abbiano annunciata per stasera. Mi farete sapere.
Ah, un'ultima cosa: secondo voi che senso ha che Zucchero (unico rappresentante in "One world" della canzone italiana, a parte Bocelli) per la sua partecipazione nel pre-partita - è stato trasmesso nella sezione "streaming only" - abbia scelto di cantare in inglese una canzone ("Everybody's got to learn sometime") di un gruppo britannico, della quale peraltro lui stesso ha inciso una versione con testo italiano? 
Mah.

Franco Zanetti

Dall'archivio di Rockol - Dieci gruppi italiani dai quali ci si potrebbe aspettare una reunion
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