Angelo Branduardi racconta i suoi 70 anni di vita e 45 di musica. E il suo ultimo album, Il cammino dell’anima, ispirato all’opera visionaria di Hildegard von Bingen
Quando suono sono troppo felice e mi trovo bene anche in questo scorcio di millennio, che pure sembra così lontano dal mio mondo e dalla mia arte. E mi reputo fortunato, pure: non vorrei mai essere un debuttante di oggi, per quanto ci siano molti più modi di farsi notare rispetto a quando ho iniziato io.
Però i direttori generali dei primi anni ‘70 ti davano cinque anni di tempo, di solito ti concedevano di fare almeno tre dischi, e magari ti concedevano anche un piccolo contributo mensile di sostentamento. Oggi ti danno cinque minuti: e se non funzioni ricevi una pedata nel didietro.
Comunque, tornando alla musica, tutto ciò che faccio quando mi rapporto a lei mi è terapeutico. E anche se certe cose prodotte oggi mi urtano, soprattutto quando avverto in esse della misoginia, mi troverò bene nella contemporaneità finché potrò fare le mie, di cose; la mia musica fuori dai canoni, che però regge ancora i teatri e da sempre mi regala serenità.
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