Iggy Pop, David Bowie e la rinascita a Berlino

In occasione della riedizione di “The Idiot” e “Lust For Life”, e l’uscita del boxset “1977: The Bowie Years”, ripercorriamo il periodo berlinese di Iggy Pop

Iggy Pop, David Bowie e la rinascita a Berlino

di Viola Pellegrini

Verso la metà degli anni ’70, Iggy Pop aveva già conosciuto il lato decadente del rock ‘n’ roll come leader degli Stooges, band di Detroit che aspirava a raggiungere lo status di “Rolling Stones americani”, ma che, agli occhi dei contemporanei, finì per diventare la versione musicale di un gruppo di delinquenti. Gli Stooges guardavano lontano, troppo lontano, per un pubblico che delle loro provocazioni non sapeva che farsene. Iggy si presentava sul palco con il corpo insanguinato e il volto truccato, posseduto da un’energia viscerale mai vista nel rock. Come era accaduto in precedenza all’incompreso suono avanguardistico dei Velvet Underground, anche la produzione degli Stooges fu per la maggior parte ignorata, fino a quando alcuni giovani irrequieti, che ricercavano nella musica quella bellezza primordiale assente negli ostentati riff del rock progressivo, riconobbero i dischi di Iggy & co seminali per la nascita del punk.

Gli Stooges avevano aperto la strada ad uno dei più importanti movimenti musicali, ma erano stati in pochi a notarlo. Tra questi c’era David Bowie, sempre assetato di nuove tendenze sonore e autore della rinascita musicale di Lou Reed con “Transformer” nel 1972. Un anno dopo, Bowie si preparava alla stessa operazione di rilancio con gli Stooges, producendo il loro terzo LP “Raw Power”. Alla sua uscita il disco non ottenne però alcun successo commerciale, e il 9 febbraio 1974, dopo l’ormai celebre esibizione al Michigan Palace, il gruppo si sciolse definitivamente.

Con la fine degli Stooges, Iggy si trasferì a Los Angeles, dove tentò di formare una band con l’ex tastierista dei Doors, Ray Manzarek, ma la dipendenza da droghe lo costrinse al ricovero in un istituto per disintossicarsi. Anche Bowie, che in quegli anni viveva a sua volta nella città degli angeli, stava attraversando un periodo buio; seguiva una dieta a base di cocaina, peperoni e latte, e nutriva un forte interesse per l’occulto.

Nel 1976, Bowie invitò Iggy ad accompagnarlo nell’Isolar Tour in supporto all’album “Station to Station”: “Non avevo mai visto nessuno lavorare come David. Conosceva qualsiasi tipo di musica e andava ad ascoltare i gruppi della città in cui si esibiva. Io ero esausto solo a guardarlo, ma sapevo che un giorno avrei voluto fare come lui. Era per questo che la sua carriera andava così bene, mentre la mia andava così male” racconterà Iggy in un’intervista del 1986. Se la carriera di Bowie aveva quasi toccato l’apice, il suo stile di vita lo stava però distruggendo. Per porre fine agli eccessi era arrivato il momento di lasciare Los Angeles.

Dopo aver vissuto in uno dei luoghi più glamour al mondo, dove la ricchezza è palpabile e l’immagine è tutto ciò che conta, Bowie aspirava ad una realtà totalmente opposta, in cui poter vivere nell’anonimato in compagnia di Iggy: Berlino si presentava come la soluzione ideale. Con la conclusione delle date europee dell’Isolar tour, Bowie e Iggy si trasferirono negli studi del Château d’Hérouville, dove i brani che andarono a comporre il primo LP da solista dell’ex Stooges, iniziarono a prendere forma.

Secondo le testimonianze dei musicisti che vi presero parte, le sessioni di “The Idiot” furono piuttosto inusuali: il chitarrista Phil Palmer ricorda che per il tessuto sonoro di “Nightclubbing”, Bowie pretese un’equivalente musicale dell’atmosfera notturna di Carnaby Street, centro della controcultura londinese. In studio, la presenza di Bowie e Iggy dava vita ad un’energia intossicante: se il metodico Bowie era attratto dalla spontaneità di Iggy, allo stesso modo, Jimmy trovava la dedizione di David affascinante.

In “The Idiot” le sonorità garage che avevano caratterizzato la musica degli Stooges, lasciano spazio ad atmosfere che oltrepassano il punk, raggiungendo gli orizzonti della musica del futuro: l’album si avvicinava maggiormente alla new wave dei Joy Division, che al punk dei Sex Pistols. In qualche modo, Iggy era sempre un passo avanti rispetto ai suoi contemporanei.

Anche se in molti considerano “The Idiot” come un prodotto maggiormente legato a Bowie che a Iggy Pop, il disco mette in realtà in luce il Jimmy Osterberg che si cela dietro all’ingombrante alter-ego. “The Idiot” era un album necessario per fare i conti con il proprio passato e incontrare così una meritata rinascita creativa. Non che Iggy rinnegasse la sua formazione con gli Stooges, come dimostra in “Dum Dum Boys” in cui rievoca la storia gruppo: “I was most impressed, no one else was impressed, not at all”. (Ero rimasto molto colpito, nessun altro lo era, per niente).

Registrato tra Parigi, Monaco e Berlino, “The Idiot” è decisamente legato al vecchio continente nella sua compattezza di suoni, in contrasto alla produzione americana del periodo, dominata da brani – come quelli di Springsteen – che rimandavano alla vastità degli spazi statunitensi. Anche se composto prevalentemente negli studi del Château d’Hérouville, “The Idiot” sembra essere sintesi degli orizzonti limitati della Berlino anni ’70, divisa dal muro.

“È una città ambigua, dove risulta difficile distinguere i morti dai vivi” dichiarava Bowie in un’intervista a Vogue. I malinconici ambienti berlinesi, drammaticamente distanti da quelli descritti da Christopher Isherwood nelle sue storie dedicate alla capitale tedesca, si rivelarono perfetti per Iggy e Bowie. I due vivevano nell’alternativo Schöneberg e trascorrevano le giornate facendo lunghe passeggiate, dipingendo e visitando gallerie. Una delle loro preferite era Die Brücke, dove potevano ammirare i dipinti del movimento espressionista tedesco, di cui fecero parte Fritz Bleyl, Ernst Ludwig Kirchner, Karl Schmidt-Rotluff ed Erich Echel. Sarà infatti un quadro di Echel, “Roquairol” ad ispirare la copertina di “The Idiot” e più tardi, quella di “Heroes”. Ad accomunare i due album non è però soltanto un elemento visivo; secondo il leggendario produttore Tony Visconti, “The Idiot”, “Lust For Life”, “Low” e “Heroes” formerebbero un quartetto basato sulla stessa vibrazione sonora.

In “Lust for Life”, prodotto ancora una volta da Bowie e uscito pochi mesi dopo “The Idiot”, Iggy tornava a sonorità immediate, tipiche del rock ‘n’ roll. È un album privo di schizzi preparatori, non studiato dettagliatamente come il precedente, ma spontaneo come un flusso di coscienza. “Lust for Life” guarda al passato del rock, non cercando di imitarlo, ma reinventandolo attraverso nuove combinazioni. È un suono che sa decisamente di libertà.

Nella title-track, Iggy allude ad una nuova voglia di vivere, ritrovata grazie al periodo a Berlino, in cui aveva cercato di liberarsi per sempre dal vizio della droga. L’interpretazione di Iggy non è più quella da crooner maledetto come in alcuni brani di “The Idiot”, ma da vero padrino del punk. “The Passenger” è invece una versione ripulita del rock degli Stooges, con quel riff divenuto leggendario nato dalla chitarra di Ricky Gardiner, e quelle lyrics che alludono alle serate berlinesi in compagnia di Bowie. Se “The Idiot” potrebbe essere paragonato ad un film fantascientifico diretto da un regista europeo, “Lust for Life” si avvicina maggiormente ad un’atmosfera reale, come se qualcuno avesse catturato in presa diretta l’energia di una performance dal vivo.

Dopo il modesto successo del lavoro precedente, “Lust for Life” avrebbe potuto segnare la consacrazione tanto voluta quanto temuta da Iggy. L’album uscì però nell’agosto 1977, lo stesso mese in cui il re del rock Elvis Presley disse per sempre addio al suo pubblico. Come in una storia che si ripete, “Lust for Life” venne quasi totalmente ignorato; la carriera di Iggy si separò da quella di Bowie, fino al 1986, quando l’ex Ziggy Stardust vestì nuovamente il ruolo di produttore in “Blah-Blah-Blah”.

“Penso che durante quel periodo sia avvenuto un importante scambio di idee tra me e Bowie. Quando incontrai David per la prima volta, mi esibivo con il nome di Iggy da quattro anni, ma sapevo che senza un cambiamento, non sarei arrivato da nessuna parte. Non è importante capire fino a che punto Bowie abbia preso da me, o io da lui. È grazie a David se sono riuscito ad andare avanti” ha spiegato recentemente Iggy.

La produzione berlinese di Iggy Pop e David Bowie è oggi considerata tra le più innovative nella storia del rock; in album come “The Idiot” e “Low” i due riuscirono a dimostrare fino a che punto la musica poteva spingersi, sottolineando come la sperimentazione sonora non conoscesse più limiti.

Dall'archivio di Rockol - La storia di "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" di David Bowie
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