Pino Scotto: “La trap è il punto più basso della storia della musica italiana”

Il rocker a settant’anni pubblica il nuovo album “Dog eat dog”: “Non voglio smettere. Morirò sul palco: non è una promessa, ma una minaccia”

Pino Scotto: “La trap è il punto più basso della storia della musica italiana”

Pino Scotto è un personaggio da selvaggio West. Pane al pane, vino al vino. Uno che non ci pensa due volte a sfidare e a sparare fuori da un saloon. Le sue pistole fumanti sono le parole e la musica. “Mando affanculo tutti, ma sono un buono, lo giuro”, dice Pino. Il rocker di origini napoletane, 70 anni, famoso anche per le sue colorite conduzioni di programmi in tv e sul web, ha pubblicato il suo nuovo album, “Dog eat dog”, composto da dodici tracce registrate al Nadir Studio di Genova. 

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Pino, non ti arrendi mai.
È così. Ogni due anni, due anni e mezzo, faccio uscire un disco per divertirmi. Questo album, però, è nato in modo diverso. Dopo l’ultimo progetto, “Eye for an eye” del 2018, stavo pensando di smettere. Non ne potevo più.

Come mai?
Ma non vedi che musica di merda gira in Italia? La trap è il punto più basso della storia della musica italiana. Questi ragazzini fanno musica tremenda, non parliamo poi dei testi: sono ancora peggio.

Che cosa ti ha fatto cambiare idea?
La voglia di essere, ancora una volta, libero. La musica è il mio sogno: non me lo deve toccare nessuno. Mi tiene vivo e in allerta, mi permette di raccontare ciò che mi circonda. E anche se quello che vedo e sento non mi piace, non voglio privarmi di ciò che mi fa stare bene. Ho 70 anni e il rock è la mia vita.

Sul palco fino all’ultimo?
Fino alla morte, non è una promessa, ma una minaccia (ride).

“Dog eat dog” è un tributo alla musica rock e a diverse delle sue sfaccettature.
Ha un obiettivo preciso: liberare la mente. Quando da ragazzino ascoltavo i Led Zeppelin, i Deep Purple o Jimi Hendrix, non riuscivo a pensare ad altro che alla loro musica. È come se rendessero il mio pensiero vergine, resettando tutto il resto. È il motivo per cui non riuscivo a toglierli dal giradischi o dalla radio, in macchina. Restavano lì per mesi e mesi. Io non ho la pretesa di essere come questi mostri sacri, ma mi piacerebbe regalare quel senso di libertà. Dentro l’album ci sono influenze rock, blues, hard rock e si arriva perfino al prog, un omaggio alla Pfm e al mio grande amico Franz Di Cioccio. C’è anche un brano dai suoni trash come “Ghost Of Death” e altre influenze.

Hai inserito anche “Don’t Be Looking Back” dei Vanadium, band heavy metal di cui sei stato la voce per tanti anni.
Sì, è una cover nata in modo spontaneo. Stavamo registrando, ho chiesto ai ragazzi: ve la ricordate? E così l’abbiamo suonata. Ci sono alcune differenze rispetto alla versione originale, i fan più accaniti le noteranno.

Ti senti fuori dal tempo?
Mia madre mi diceva: “Pino, ma chi te lo fa fare?”. Certo che mi sento fuori dal tempo: non mi rispecchio in nulla. La rabbia cresce giorno dopo giorno e quando vedo violenze su donne e bambini mi sale la carogna.

In che stato di salute è oggi il rock?
Ci sono tanti ragazzi che si sbattono, giovani davvero in gamba. Ho modo di incontrarli quando vado in tour. Il problema è che le case discografiche sono in crisi o se ne fregano, mentre i talent show fanno emergere il peggio. Anche i grandi del passato, quelli dell’heavy metal, non se la passano benissimo, siamo sinceri: non molto tempo fa sono andato a vedere gli Iron Maiden, fanno la stessa scaletta da vent’anni. Gli ultimi loro album, come quelli dei Metallica e di tanti altri, non sono all’altezza. 

Una delle canzoni simbolo del disco è “Don’t Waste Your Time”.
Nasce da un episodio che ho vissuto in prima persona. Soffrivo da tempo di bronchite, così sono andato a farmi visitare e il medico mi ha consegnato una lastra dove si vedeva chiaramente una macchia sui polmoni. Solo dopo diverse ore si è reso conto di avermi consegnato un referto sbagliato, ma ho avuto una paura fottuta. Quello che mi è successo, mi ha fatto capire che il tempo che abbiamo a disposizione non è infinito, ed è per questo che non dobbiamo buttarlo via, ma usarlo al meglio. Anche nel video della canzone, realizzato a Genova dai ragazzi di Lucerna Films, cerco di far uscire questo messaggio.

Il protagonista del video, a un certo punto, rapina anche una banca.
Guarda, fosse per me l’avrei fatto ancora più trasgressivo.

(Claudio Cabona)

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