Discografia in Italia: +8% nel 2019, ma il Coronavirus fermerà la crescita nel 2020

I dati comunicati da FIMI restituiscono un'immagine solida del mercato musicale globale, ma nel nostro Paese gli effetti dell'epidemia da Covid-19 potrebbero avere gravi ripercussioni

Discografia in Italia: +8% nel 2019, ma il Coronavirus fermerà la crescita nel 2020

Il mercato discografico italiano ha chiuso il 2019 facendo registrare un nuovo record: con una crescita di 8,2 punti percentuali rispetto all'anno precedente e un volume d'affari complessivo pari a oltre 247 milioni di euro il comparto musicale ha conseguito il miglior risultato mai fatto segnare nel corso del passato quinquennio. A rivelarlo è l'ultimo rapporto di FIMI, l'associazione di categoria italiana dei discografici.

A trainare il settore è stato, naturalmente, lo streaming: il segmento più lucroso del comparto - che complessivamente è cresciuto del 26,7% - è stato quello delle sottoscrizioni a pagamento, con un gettito pari a 81 milioni di euro, seguito da quello gratuito supportato dalla pubblicità (21,7 milioni di euro) e da quello video (18 milioni di euro). Al contrario, il settore fisico ha fatto segnare un netto quanto prevedibile calo riguardo quello che è ancora considerato il suo principale formato, il CD, che ha lasciato sul terreno quasi 21 punti rispetto all'anno precendente: di contro, il vinile (+7,3%) e gli altri formati (+26,9%) hanno parzialmente bilanciato le perdite del compact disc, il cui crollo ha comunque trascinato l'intero segmento a perdere il 13,8% rispetto al 2018.

Sempre riferendosi al mercato italiano, le produzioni nazionali hanno contribuito per ben l'87% alle vendite totali di album in Italia nel 2019, segnando una delle percentuali di repertorio interno più alte a livello mondiale: questo scenario potrebbe essere però gravemente danneggiato dall'epidemia di Coronavirus, che nel giro di poche settimane ha compromesso l'intera filiera musicale tricolore.

"Con l’intera filiera della musica ferma ormai da più di un mese, appaiono evidenti i primi effetti anche sul mercato discografico italiano", si legge in una nota di FIMI diramata oggi, martedì 24 marzo: "Negozi e catene di intrattenimento chiuse, molte pubblicazioni rimandate già a dopo l’estate e sale di registrazione inaccessibili offrono un quadro potenzialmente molto negativo. Dalle prime settimane emergono infatti evidenti i cali sul segmento fisico (CD e vinili) di oltre il 60%, sui diritti connessi di oltre il 70% (dovuta alla chiusura di esercizi commerciali e all’assenza di eventi) e sulle sincronizzazioni in grave sofferenza. Soffre anche lo streaming a causa dell’assenza di nuove release, che solitamente fanno da traino agli ascolti, e della scarsa mobilità dei consumatori (secondo i dati IFPI, in Italia il 76% di chi ascolta musica lo fa in auto, e il 43% nel tragitto casa-lavoro) [fenomeno, questo, già anticipato da Rockol in "Tutti a casa, e dunque a tutto streaming? Non proprio"]".

A confermare la flessione dello streaming musicale nei paesi occidentali, i cui cittadini sono ormai quasi tutti costretti ai lockdown stabiliti dai rispettivi governi per cercare di arginare la diffusione da Covid-19, c'è anche un rapporto di Alpha Data, società di analisi di mercato incaricata dall'edizione statunitense di Rolling Stone di compilare le proprie classifiche: nella settimana compresa tra il 13 e il 19 marzo, durante la quale diversi stati americani hanno adottato provvedimenti molto simili a quelli presi dal governo italiano - cioè la chiusura di ristoranti, bar, e altri servizi non essenziali - il volume di streaming sulle principali piattaforme è calato di oltre 7 punti percentuali, dato che - secondo gli analisti d'oltreoceano - ricorda quello fatto registrare negli USA durante i periodi di feste comandate, come - per esempio - quello natalizio.

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