Tutti a casa, e dunque a tutto streaming? Non proprio

Il consumo di musica sui DSP, al contrario di quanto semplicisticamente previsto e sbandierato, in Italia non aumenta in proporzione al lockdown. Qualche rapida riflessione.
Tutti a casa, e dunque a tutto streaming? Non proprio

Mentre, a seguito delle richieste dell’Unione Europea, Netflix e Prime “tagliano” la banda per ottimizzare la crescente fruizione domestica di internet, il problema per ora non si pone per i DSP musicali. In primis perché il consumo a bassa definizione dell’audio è cosa ben più gestibile del video in hi res. In secundis perché gli ascoltatori in lockdown non stanno esattamente prendendo d’assalto le piattaforme di streaming.

Qualche dato ufficiale: la classifica Top 200 di Spotify in Italia ha fatto registrare due cali settimanali consecutivi, il primo superiore al 9% ed il secondo superiore all’11%.

Qualche dato non ufficiale: quel paio di numeri di cui sopra sono piuttosto coerenti con le risposte ricevute da tre discografici di casa nostra da me sentiti, i quali alla domanda “come sta andando con lo streaming da quando siamo tutti a casa?” concordavano nelle loro stime su una diminuzione approssimativa del consumo intorno al 20%.

Qualche domanda: perché il video sale e l’audio scende? Che succede? Quali sono le cause? E’ una tendenza? Nel resto del mondo va come in Italia?

Una prima risposta: la gente non esce più per andare al lavoro, il pendolarismo è congelato. Significa che due fasce orarie pregiate per l’ascolto di musica (l’andata e il ritorno, a piedi o sui mezzi pubblici, verso il e/o dal luogo di lavoro) ormai marcano visita. Lo stesso dicasi per il tempo speso ascoltando musica durante lo sport – palestra e corsa all'aperto. A casa non mancherà certo il tempo per la musica, ma la riconfigurazione ancora in definizione del tempo e degli impegni di ciascuno in questa fase sembrano privilegiare la fruizione di notizie e di TV. E non dimentichiamo che l’ascolto musicale in streaming è un'esperienza molto individuale rispetto alla fruizione di video, che è più sociale: con le famiglie riunite forzatamente in casa, è normale che la seconda eroda occasioni al primo.

Un altro fattore: le label hanno comprensibilmente rimandato parecchie uscite nelle ultime due settimane. L’audience musicale è una bestia affamata di novità: senza conferenze stampa, domande dei media, esternazioni sui social relativi a nuovi dischi e brani, si registra un calo di attenzione sulla musica perchè mancano novità, cioè la leva che normalmente la desta di continuo. A tendere, questo fattore di crisi potrebbe rivelarsi ancora più pesante per gli album mentre, con discreta probabilità, potrebbe essere ridimensionato sul piano dei singoli, purchè esca musica nuova.

Una terza considerazione, per amore di onestà: solo i DSP possono dirci cosa accade fuori dalle classifiche. Magari le classifiche ci stanno presentando un’immagine distorta o parziale, tutta rivolta all'attività (in effetti: mancata attività) della front line. Il catalogo, ad esempio, potrebbe funzionare bene pur non saltando agli occhi; una coda lunga potrebbe essere in atto. Spero sia così, anche proiettando la mia realtà personale: nella mia nuova ed imposta zona di conforto, mentre attendo i Pearl Jam (nuova uscita!) abbondano il blues, i Clash, il soul e gli Stones: rappresentano un rifugio, una riconnessione a ciò che amo, al "normale" che mi manca.  Tornando al dato di partenza, resta il fatto  che – una volta abituati media e pubblico a mettere le classifiche in cima alle proprie attenzioni per decenni – oggi questa è la realtà di cui prendere nota.

Ovviamente non sappiamo cosa accadrà nel resto del mondo. Sappiamo, al momento, che l’Italia è il primo paese occidentale ad avere attuato la quarantena (anche perché contagio e numero di decessi sono più alti che altrove). Mi guarderei bene dal semplificare e dall’azzardare che quindi, di conseguenza, il nostro mercato attuale potrebbe rappresentare un modello di curva di comportamento e che noi siamo avanti in questa curva. Chissà come evolverà la situazione in termini sanitari alle diverse latitudini, chissà come elaboreranno la situazione popoli e culture diverse.

Ad oggi, con l’aiuto delle informazioni a disposizione, la prima indicazione che il virus ha mandato all’industria è che lo streaming da solo non si avvicinerà minimamente a compensare le perdite del settore live (se ne parla, tra l'altro, sia qui sia in un interessante pezzo di Ernesto Assante su Affari & Finanza di Repubblica di oggi). Quindi, nel frattempo, faccio il tifo perché le donne e gli uomini che lavorano nelle major e nelle indie italiane trovino energia e risorse per ridare smalto alla front line delle nostre etichette. Con un piccolo aiuto da parte degli artisti.

(MusicBiz esce tutte le settimane su Rockol)

(Giampiero Di Carlo)

Music Biz Cafe, parla Roberto Razzini (Warner Chappell Music Italia)
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