Album da (ri)ascoltare, nel frattempo: 'Sentimento westernato' di Bugo

Diciannove anni fa si affacciava sul panorama discografico un artista diverso da tutti gli altri, a seconda dei punti di vista nel bene e nel male. Chi l'ha conosciuto solo di recente è bene che vada a recuperare questo disco, perché...
Album da (ri)ascoltare, nel frattempo: 'Sentimento westernato' di Bugo

E' successo molto, molto prima che la sua faccia, insieme a quella di Morgan, diventasse l'ultimo meme faceto prima dell'infornata di quelli dedicati al Coronavirus. Erano i tempi pre-Myspace, quando l'indie italiano cantava - e suonava - in inglese e nei palazzetti ci entrava al massimo a vedere le partite, pagando il biglietto - figuratevi negli stadi. "Sentimento westernato" di Cristian Bugatti arrivò come un'anomalia, di quelle che non si sa bene come prendere: piglio cantautorale per musica sbilenca, qualcosa che univa idealmente Rino Gaetano al Beck di "One Foot in the Grave", ma sbocciato miracolosamente da quella provincia del nord Italia periferica a tutto.

Bugo, col suo secondo disco, divenne un fenomeno alla vecchia maniera, cioè diventando prima un caso sul circuito live off - piccoli circoli Arci, centri sociali - per poi fare il grande salto dagli schermi di MTV, che lo ospitò per una memorabile comparsata a Supersonic. Il resto, più o meno, è storia, nemmeno tutta recente. Chi però sia curioso di andare a scoprire come tutto sia iniziato, si conceda in piacere di riscoprire questa piccola gemma - ruvida, tagliente, disperata e sorprendente - che ancora oggi, a quasi vent'anni dalla pubblicazione, rimane una delle sue prove migliori.

Ecco la recensione di "Sentimento westernato" di Bugo che Rockol pubblicò nel 2002:

Bisogna essere sinceri. Le prime sensazioni ricavate dal contatto con le canzoni di Bugo sono di spiazzamento e di sordo fastidio. E’ quello il momento in cui si deciderà il vostro futuro con le canzoni di questo strampalato cantautore novarese. Da lì in poi deciderete se amarlo o odiarlo alla follia.
Sì, perché Bugo è “scalcagnato”, scrive brani grezzi e ruvidi, canta come gli viene, registra ancora più casualmente e racimola testi surreali e astrusi, ma, allo stesso tempo, le sue canzoni risultano semplici e, fattore più importante, restano.
Il sound è scarno, ma, a dispetto di alcuni artisti che ricamano fino alla nausea le proprie canzoni con infiniti orpelli e special guest, risulta essenziale e funzionale.
Alternandosi tra cantautorato alcolico e punk, Bugo racimola quelle che possono sembrare frasi messe a caso, ma, ad una più approfondita analisi, risultano storielle divertite e divertenti sulla semplice quotidianità, piccoli gioielli in metafora “corretti” con sprazzi di brillante ironia. Così succede con la squinternata frase ”metti la birra nel bicchiere, metti il bicchiere nella birra” o nei brani “L’occhio è lo specchio” e “Benzina mia” in cui il cantante parla del rapporto amore-odio che ha con il liquido in questione.
Insomma, Bugo c’è. Semplice, “terra-terra”, ma d’effetto. Maldestro, pazzo, zoppo, ubriaco, bolso e assonnato, ma capace di intuizioni musicali e verbali di candida bellezza. Insomma, quello che spiazza maggiormente nell’ascoltarlo è che ci si rende conto che potrebbe scrivere una hit usando come accompagnamento solo due cucchiai sbattuti sul ginocchio. Bugo ti lascia la netta sensazione che non vive per suonare, ma gli è solo capitato di farlo.
(Giuseppe Fabris)

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