Il ritorno dei Pearl Jam con "Gigaton": “Canzoni per superare questa crisi”

Venerdì 27 esce il nuovo album: la lunga gestazione, la morte di Chris Cornell, le dinamiche tra i membri, un suono fresco e canzoni che ci parlano di un presente che nessuno immaginava. Parla l’uomo nuovo della band, il produttore Josh Evans
Il ritorno dei Pearl Jam con "Gigaton": “Canzoni per superare questa crisi”
Credits: Danny Clinch

“A Seattle tutto è chiuso, a parte gli alimentari. La mia famiglia sta bene, la band sta bene, ci sentiamo costantemente. Teniamo duro e cerchiamo di rimanere positivi”.  La voce arriva limpida dallo stato di Washington a Milano, attraverso una delle app di videoconferenza che in questi giorni sono uno strumento quotidiano per molte persone, non solo per riunioni e interviste. La è mezzogiorno, qua sono le otto di sera, ma la situazione non cambia: Lombardia e Seattle sono due degli epicentri di questa crisi. Tutti i piani sono saltati, compresi quelli della musica. Ma “Gigaton”, per fortuna, esce lo stesso il 27 marzo: la musica è una buon corroborante per questi giorni difficili. 
A parlare è Josh Evans, 41 anni, l’uomo nuovo dei Pearl Jam: ha preso il posto di Brendan O’Brien, che lavorava con la band dai tempi di “Vs.” e che aveva curato gli ultimi due album. La band si fida talmente di Evans da avergli affidato il compito di raccontare l’album alla stampa, con poche e mirate interviste. Per il resto, come al solito nei Pearl Jam, parla la musica. 
“Gigaton” è un disco ricco di rabbia ma soprattutto di voglia di reagire: diverse canzoni hanno testi che sembrano fatti per un presente che nessuno si aspettava, tanto meno la band quando le ha scritte: dal “It’s alright to be alone, to listen for a heartbeat, it’s your own” di “Alright” al “Firstly do not harm, then put your seatbelt on/Buckle up” di “Buckle up”, o
”Stars align they say when things are better than right now/Feel the retrograde spin us round”, da "Retrograde", per citare alcuni esempi. Non è tutto sperimentale come il primo singolo “Dance of the clairvoyants” ma suona  decisamente fresco e diretto  - ve lo racconteremo nel dettaglio nella recensione che pubblicheremo mercoledì 25 marzo, in cui raccontiamo l'album canzone per canzone con dettagli finora inediti.
Intanto, ecco la conversazione con Josh Evans: 41 anni, di Seattle,  è nel giro della band dal 2006: lavora agli Studio X dove i Pearl Jam sono di casa, li ha seguiti in tour, e da qualche anno è diventato il loro uomo di fiducia anche per i progetti solisti. Co ha raccontato come funzionano i Pearl Jam oggi e come ha aiutato la band a sperimentare mantenendo la classica energia dei concerti: “Stavamo provando le canzoni di ‘Gigaton’ dal vivo prima di rimandare il tour americano: suonano alla grande. Arriverà il momento in cui le porteremo sul palco”, promette.

(Gianni Sibilla)

Questa situazione ha cambiato molte cose, anche nella musica. Diversi artisti hanno scelto di posticipare anche l’uscita degli album.
La cosa di cui siamo più preoccupati in questo momento non è tanto la promozione del disco, ma l’impatto di tutto questo sulle persone. Da un lato c’è la salute, poi ci sono gli effetti della situazione sulla vita, sugli affetti, sul lavoro.

I testi del disco parlano di resistenza alle storture di questo tempo, di un mondo che sembra impazzito. Pensando che sono stati scritti tempo fa, sembrano quasi profetici rispetto ai giorni che stiamo vivendo…
Ogni membro della band contribuisce ai testi, ma c’è una sorta di patto basato sul rispetto comune: non mettono in discussione esplicitamente i temi delle canzoni. Nessuno dice: “Vogliamo o dobbiamo parlare di questo o quello”.
Però la magia di band come i Pearl Jam è di saper scrivere cose che rimangono rilevanti, anzi in questo caso lo diventano ancora di più rispetto a quando sono state originariamente composte. Credo che avessero colto l’aria che tirava e credo che queste canzoni aiuteranno qualcuno a superare questa fase.

Questo album ha avuto una gestazione molto lunga. Come mai?
Sono stati molto in tour negli ultimi anni. Ma in realtà non hanno mai smesso di lavorare e buttare giù idee. Non sono i tipi da postare ogni cosa che fanno su Instagram, anzi… Hanno cominciato a pensare sul serio al disco nel 2017, poi c’è stata la morte di Chris Cornell, di cui erano molto amici, e che ha avuto un grosso impatto sia creativo sia ovviamente emotivo.
Ci sono stati periodo di lavoro intensi, e periodi di vita altrettanto intensi. Queste pause hanno permesso alla band di staccare tornare alle canzoni ogni volta con una prospettiva nuova, ed è successo almeno due o tre volte, in questo periodo. Nel 2019 le canzoni c’erano, e l’ultima parte dell’anno è stato di lavoro intenso.

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Uno dei grossi cambiamenti di questo album è stata la scelta di un nuovo produttore. Tu sei subentrato a Brendan O’Brien, che è presente solo come tastierista in un paio di brani. Come è maturata questa decisione?

La band era pronta a sperimentare qualcosa di diverso, a fare cose che volevano provare da tempo senza averne avuto l’occasione. Io ho contribuito a questo processo, ma il merito è loro. Ero solo al posto giusto nel momento giusto.
Dopo essere stato molto in tour con loro negli ultimi due anni sono diventato sostanzialmente il loro ingegnere del suono di riferimento per ogni progetto, anche solista. Così quando hanno iniziato a lavorare ai demo del disco me ne sono occupato. Suonavano bene e siamo andati avanti.

Prima parlavi di una nuova prospettiva. “Gigaton” è un disco riconoscibile, ma con diverse novità. Qual era l’obbiettivo della band?
Credo che la band fosse più aperta. “Dance of clairvoyants”, per esempio, è stata assemblata pezzo dopo pezzo dalla band, non con tutti insieme in una stanza. Questo metodo ha permesso più libertà: Jeff arrivava un giorno e provava un giro tastiere, e si prendeva il tempo che gli serviva, senza far aspettare il resto della band. Poi arrivava Stone, e pensava ad altre parti, tenendo quelle che gli piacevano. E così via.

Quindi “Gigaton” può essere considerato un disco “di studio” in tutti i sensi, giusto?
Si, in generale. Ma non volevamo un suono che fosse freddo e perfetto, volevamo un suono organico. Sono sempre i Pearl Jam… La base di diverse canzoni è stata registrata dal vivo in studio, poi magari si aggiungevano suoni o parti di versioni precedenti o successive.
È un disco che assembla diversi elementi, ma mantenendo l’energia di fondo dei Pearl Jam: rimangono una band pazzesca dal vivo.

Da questo punto di vista, mi ha colpito il suono delle chitarre: molto secche e pulite.
Non credo fosse una delle cose che esplicitamente la band cercava, ma è una mia fissazione: sono un chitarrista, passo un po’ più di tempo di tempo su questo aspetto.  Ho passato molto tempo con loro, ho visto centinaia di loro concerti, so come suonano e sia consciamente che inconsciamente ho cercato di catturare quell’energia.

Nel disco ci sono alcuni riferimenti più o meno espliciti: Pink Floyd, Led Zeppelin, Queen, Who, Talking Heads.
Li conosco da anni, e mi hanno fatto conoscere della grande musica: i primi Pink Floyd, i primi Genesis. Ognuno di loro ha gusti molto eclettici e li porta in studio. Ma questa volta erano anche decisi a non darsi dei limiti. Quando ho sentito “Dance of the clairvoyants” ho detto: grande! Ma ho chiesto: va bene per un disco dei Pearl Jam?
Ma a loro non importava se suona troppo o troppo poco Pearl Jam o qualcos’altro. Bastava che suonasse reale e onesta. Ed è per quello che funziona: non cercano di seguire una moda o di replicare se stessi, ma suonare qualcosa in cui credono.

Qual è la canzone che è venuta meglio, secondo te?
È come scegliere il tuo figlio preferito, ma se parlo dal punto di vista del produttore e dell’ingegnere del suono, credo “Alright”, perché alla fine è esattamente come me la immaginavo e suona come volevo suonasse. Quando inizi hai una visione su come vorresti che venisse ogni singolo strumento e dettaglio. E poi “Clairvoyants”, che è totalmente fuori. 
In generale, dei Pearl Jam però non saprei indicare la mia canzone preferita. Ho 41 anni e “Ten” è ovviamente un disco che mi ha cambiato la vita.

Come suoneranno dal vivo, queste canzoni? 
Lo stavamo provando dal vivo prima di rimandare il tour americano: le canzoni suonano alla grande anche così. Arriverà il momento in cui le suoneremo dal vivo, speriamo presto.

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