Coronavirus: perché in Gran Bretagna non si sono ancora fermati i concerti

I promoter UK si muovono in ordine sparso, in mancanza di disposizioni ufficiali, anche perché senza copertura da parte delle assicurazioni...

Coronavirus: perché in Gran Bretagna non si sono ancora fermati i concerti

di Viola Pellegrini, da Londra

Aggiornamento, ore 12,00, mercoledì 18 marzo: gli organizzatori del festival di Glastonbury hanno annunciato la cancellazione dell'edizione 2020 della manifestazione. "Alla luce delle nuove misure del governo annunciate questa settimana e in tempi di tale incertezza senza precedenti questa è la nostra unica opzione praticabile", ha spiegato il patron dell'evento Michael Eavis. I possessori del biglietto potranno trasferire un deposito di 50 sterline e conservare un'opzione di prelazione all'acquisto del tagliando per la prossima edizione o, in alternativa, chiedere un rimborso.

In questi giorni di pandemia globale a caratterizzare la scena musicale del Regno Unito è un’atmosfera incerta e decisamente non confortante. In seguito alla conferenza stampa dello scorso 12 marzo, quando il premier Boris Johnson ha esposto la strategia dell’immunità di gregge e dichiarato di non ritenere necessaria la sospensione di eventi di massa (salvo poi rettificare quanto detto pochi giorni dopo), i promoter musicali sono state costretti ad agire di propria iniziativa. In questo clima privo di direzione, in cui il governo si è inizialmente distanziato da paesi come Italia e Francia, sono stati posticipati i tour e concerti degli Who, Idles e Mumford & Sons.

C’è anche chi, però, ha preferito seguire il detto the show must go on, esibendosi di fronte a migliaia di persone: lo scorso weekend, Lewis Capaldi, gli Stereophonics e Morrissey hanno regolarmente portato avanti le tappe dei propri tour. Morrissey, ormai oggetto di polemiche ogni volta che compare in pubblico o rilascia dichiarazioni, è apparso sul palco della Wembley Arena sostituendo, per l’occasione, le parole del classico di Skeeter Davis “It’s the End of the World” con un sarcastico: “Don’t they know, it’s the end of the world, it happened when you said… COUGH” ("...è la fine de mondo, e accade quando ti dici [colpo di tosse]").

La scelta degli Stereophonics è stata difesa dal loro portavoce, che ha affermato di aver semplicemente seguito le direttive del governo britannico. Il primo ministro e il team di esperti che monitora lo sviluppo del virus, aveva infatti ammesso di non considerare gli eventi di massa pericolosi, perché il contagio avverrebbe più facilmente tra pochi individui, che tra migliaia. Parole che nessuno ha trovato rassicuranti.

Il messaggio di Boris Johnson al paese è notevolmente cambiato pochi giorni dopo, quando, nell’incontro con la stampa di lunedì, ha sconsigliato alla popolazione britannica la frequentazione di pub, teatri, cinema e locali (tutte attività alle quali è stato offerto comunque un sostegno economico da parte del governo), limitando gli spostamenti all’essenziale. La mancanza però di un decreto governativo ufficiale che richieda la chiusura di certi luoghi pubblici, costringe gli organizzatori a cancellare eventi senza poter chiedere rimborsi alle assicurazioni. “Di questo passo”, ha riportato Paul Brand dell’emittente televisiva ITV, “possiamo dire addio al settore artistico”. Il supporto delle società assicurative è dirimente, nella decisione se cancellare o meno un evento dal vivo. Gli organizzatori del festival Coachella, che hanno annunciato il rinvio della manifestazione quando il governo americano non aveva ancora preso nessun provvedimento per far fronte all'emergenza sanitaria, non saranno tenuti a rimborsare gli acquirenti dei biglietti: le condizioni di acquisto dei tagliandi adottate dalla società organizzatrice dell'evento - Goldenvoice, controllata da AEG Live - prevedono infatti il risarcimento solo in caso di cancellazione. Al contrario, gli organizzatori del South by Southwest, l'happening di Austin la cui cancellazione è stata annunciata lo scorso 7 marzo, non potranno contare sul sostegno della propria compagni assicurativa, perché tra le clausole che davano accesso al rimborso nel contratto siglato per l'edizione 2020 l'eventualità di una pandemia o comunque di un'emergenza sanitaria non era inclusa, a differenza di altre come terrorismo o calamità naturale.

È un momento irreale per la capitale britannica dove le luci dei teatri del West End si sono spente per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale. Charles Dickens lo definirebbe, senza dubbio, il peggiore dei tempi. E in questa situazione paradossale, la scena musicale è certamente tra quelle che corre maggior rischio, a partire dai negozi di dischi. Qualche giorno fa, lo storico Rough Trade, uno dei più celebri retailer indipendenti londinesi, ha annunciato ai clienti il rinvio del Record Store Day, un appuntamento che garantisce a questo tipo di negozi un significativo incasso annuale. La posticipazione dell’evento potrebbe danneggiare i retailer musicali a livello mondiale.

Viene da chiedersi poi cosa succederà nei prossimi mesi, quando nel Regno Unito arriverà la tanto attesa stagione dei festival estivi. Se gli organizzatori della già citata manifestazione californiana Coachella avevano già comunicato il rinvio dell’evento, il festival di Glastonbury – scegliendo una linea del tutto opposta - ha annunciato la line-up di questa edizione, nella stessa settimana in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarava la pandemia globale. Anche gli altri maggiori festival del panorama britannico tra cui Reading e Leeds, Download, Latitude e il londinese All Points East non hanno ancora rilasciato dichiarazioni riguardo una possibile modifica al loro abituale svolgimento. Su Glastonbury si legge soltanto che il team del festival sta lavorando a stretto contatto con la Public Health England e l’NHS per monitorare lo sviluppo del virus. È però poco probabile che una delle più grandi manifestazioni del paese, la cui popolazione, nei giorni del festival, raggiunge la stessa di Birmingham, riuscirà ad andare avanti senza alterazioni.

Se la strategia del governo di ritardare l’apice dell’epidemia ai mesi estivi dovesse attuarsi, diventerebbe a rischio anche uno degli appuntamenti musicali più attesi dai londinesi, il Meltdown Festival, curato quest’anno da Grace Jones. Il Southbank Centre, centro artistico che organizza ed ospita l’evento ogni anno, ha momentaneamente sospeso la propria attività in seguito al recente avviso del governo.

La cancellazione di eventi di questo tipo non nuoce soltanto ai musicisti, ma all'intero indotto collegato all'industria dell'intrattenimento dal vivo, specie quella indipendente, che in un periodo di crisi prolungata vedrebbe - in assenza di provvedimenti specifici presi dai governi nazionali e dalle rispettive associazioni di categoria - la propria liquidità contrarsi al minimo in un brevissimo lasso di tempo, e senza orizzonti temporali certi entro i quali tentare l'organizzazione di un piano di ripresa.

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