Grandi album da (ri)ascoltare, nel frattempo: "Canzoni dell'appartamento" di Morgan

Quando Morgan si dedicava anima e corpo alla musica: il primo disco da solista e il più bello della sua carriera dopo i Bluvertigo
Grandi album da (ri)ascoltare, nel frattempo: "Canzoni dell'appartamento" di Morgan

Il titolo, in questi giorni pandemici, suona strano. "Canzoni dell'appartamento" venne pubblicato nel 2003 da Morgan come primo album solista post-BluVertigo  nel periodo seguito alla nascita della figlia Anna Lou. Un esperimento, un disco inciso in condizioni particolari, dopo la decisione di abbandonare un progetto dedicato alle cover (di cui sono rimasti solo due esemplari, in scaletta), per dedicarsi agli originali.
Siamo nel 2020, sono passati 17 anni: Morgan non pubblica album di inediti da 13 anni (e uno di cover da 8). È appena diventato padre per la terza volta, e ha appena fatto un festival di Sanremo memorabile per la sua "performance" con Bugo, e altre performance televisive e non, come quella del monopattino di qualche giorno fa, per le strade di Milano.
 "Ho deciso di perdermi nel mondo/Anche se sprofondo/Lascio che le cose/Mi portino altrove/Non importa dove", cantava in maniera profetica nell'apertura di "Altrove", una delle sue canzoni più belle in assoluto, dal suo momemento migliore da solista, musicalmente parlando.
Lasciamo che le cose ci portino altrove e andiamo a riascoltare questo disco: ecco la recensione che Rockol pubblicò al tempo. 

Dice che è diventato grande. Messo da parte un po’ d’ironia. Disilluso (?), è anche più concreto. Molto è successo grazie (a causa di) due donne. Una, Asia (lui che è poeta la chiama Aria) gli ha aperto una ferita nel cuore. L’altra, Anna-Lou Maria Rio (il nome ricorda il titolo di un album. Pazienza) è la sua piccola figlia, che gli ha regalato “un’esperienza naturale ma anche straordinaria”. Sarà vero.
Di sicuro si capisce che Morgan-alias-Marco è un uomo che ama. 
Si capisce dai testi, certo (banale): ma anche dal modo in cui respira la musica. Che è poi una musica bizzarra, classicheggiante, nata e cresciuta in un appartamento, proprio come facevano i bimbi una volta. E Morgan-alias-La-levatrice se l’è coccolata per due anni, prima di concederle il permesso di uscire. “Ho fatto tutto da solo, al computer. Poi ho chiesto all’Orchestra di Foggia di risuonarmi le parti sinfoniche”, spiega. Semplice.
All’inizio dovevano essere tutte cover, però poi no, “Ho pensato che la critica avrebbe pensato che non ero in grado di scrivere canzoni originali, e poi che mi avrebbe paragonato a Battiato: lo amo ma non sono uguale a lui”, ha confessato Morgan-alias-Il-dietrologo. Qualcosa del progetto iniziale, a dire il vero, è rimasto: “Non arrossire” era un pezzo di Gaber, “Se/If” roba che arriva dritta dritta da Roger Waters, e poi chissà, altre cover verranno (forse) con il prossimo disco. 

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Le nove canzoni scritte da Morgan comunque sono una delle cose migliori che abbiamo visto (sentito) in Italia da parecchio tempo a questa parte. Merito dell’appartamento milanese in cui sono state composte, e che l’autore ha adorato? Morgan-alias-Il-casalingo giura che tutto ha influito su questi pezzi; persino i muri, i tendaggi, la televisione che blaterava le solite sciocchezze. Non ambient music ma “musica ambientata”, “Canzoni dell’appartamento” è un contenitore coraggioso, che non ha paura (o forse ha proprio voglia) di sporcarsi le mani: roba nata per voce e pc, o voce e pianoforte e poco altro, che tiene a mente la tradizione e di lì si muove per andare altrove, oltre; musica di cui in fondo si può dire poco e niente, perché sfugge e cambia a seconda del modo in cui l’ascolti; a seconda del volume, ma anche dello stato d’animo e del tempo metereologico e di quanto vale lo stereo che ti hanno regalato gli amici (facendo colletta) quando ti sei laureato. 
Morgan non è Pavarotti, e lo sa bene. Allora punta su qualcos’altro: sulla metrica e sulle parole che si sforzano sempre di sorprendere, sul ritmo, che a volte assomiglia a quello della forma-canzone più pura (“Non arrossire”), a volte si avvicina al poema sinfonico (“Altrove”); che a tratti lascia spazio al “vecchio” blues e lo reinventa (“The baby”), a tratti ripiega su un rock che avevamo dimenticato, e gli restituisce vita e dignità (“Se/if” ma anche “Heaven in my cocktail”). Non esagera, non vuole strafare, gioca con le parole e sceglie un numero ridotto di canzoni (undici) perché evidentemente sono quelle di cui è davvero convinto. Se ne frega di essere alla moda e infila tra gli altri un pezzo che si intitola “Canzone per Natale” (non male per un disco che esce a maggio), non rinuncia – per fortuna - alla sua antica presunzione paragonandosi a Bach (“come lui faccio roba che suona semplice. Ma il percorso per arrivarci è stato molto complesso"). Dedica un pezzo alla figlia, uno ad Asia/Aria. Ci mette amore. 
È un consiglio che non diamo mai. Ma questo disco, fate il piacere, compratelo. Su.

(Paola Maraone)

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