Grandi album da (ri)ascoltare, nel frattempo: 'Is This It' degli Strokes

Come all'inizio degli anni 2000 cinque rampolli della New York bene si sono presi il mondo con con una manciata di canzoni

Grandi album da (ri)ascoltare, nel frattempo: 'Is This It' degli Strokes

All'epoca ci dissero che andarli a vedere dal vivo era una specie di dovere morale, che avrebbero salvato il rock'n'roll e che sarebbero diventati delle leggende e forse qualcosa di più. Erano tutti pazzi di loro, dalla rockstar di vaglia ai vicini di casa. Nel 2001 gli Strokes con il loro album di debutto "Is This It" ridefinirono in chiave moderna il concetto di hype, ma assegnare solo all'entusiasmo di pubblico e critica la folgorante entrata di Julian Casablancas e soci sarebbe ingiusto: come Rockol scrisse diciannove anni fa, riuscirono a condensare in poco più di mezz'ora "ballate proto-punk, post-glam" e altro, tutto animato "da un passionale divertimento".

Ecco la recensione pubblicata nel 2001 da Rockol di "Is This It" degli Strokes:

La prima cosa che colpisce di un complesso come gli Strokes non è certo la somiglianza fisica ai Velvet Underground, che su di loro hanno avuto una forte influenza, né l’abbigliamento a metà strada tra lo sciatto e il ricercato, gli anni ‘70 e gli ‘80. Quello che sorprende di questi cinque giovani dai lineamenti europei (tre di loro portano i significativi cognomi Valensi, Casablancas e Moretti) è il fiuto per il nome che si sono scelti; tagliente, lineare e asciutto, proprio come la loro musica che ha attraversato, in un baleno, l’Oceano. Gli Strokes sono esattamente ciò che dicono di essere: colpi sferzanti, freddi lampi, fulminei schizzi musicali, tocchi battenti e precisi, essenziali ritratti monocromi e monocordi; tutto in musica. Il loro disco d’esordio, “Is this it”, dà l’impressione di essere come una vecchia foto, in cui alcuni elementi sono a fuoco, mentre altri navigano in un mare ondeggiante e oleoso, sommersi in una densa foschia, che rende tutto indefinito e tremolante. Sono schietti e coincisi, gli Strokes, e in poco più di trentasei minuti sono riusciti a condensare, grazie a impalcature costituite da chitarre, basso e batteria (tutti rigorosamente vintage), concitate ballate proto-punk, post-glam, animate da un passionale divertimento. Nondimeno hanno richiamato in causa il rock ‘n’ roll più sanguigno, rauco e ribelle alla Stooges, con in testa Iggy Pop, in coda David Bowie e nel mezzo le controverse tensioni dei Television. Se solo avessero optato per una grafica più schiamazzante per il loro disco, mantenendone comunque l’eleganza, avremmo potuto definitivamente catapultarli nella Factory di Andy Warhol e farli partecipare, nel ruolo dei giullari, alla performance multimediale “Exploding Plastic Inevitabile”. Gli Strokes si sono divertiti, spontaneamente e in modo sincero, come se non avessero creduto nel successo, quasi senza presunzione. Perché, alla fine, un poco ce ne vuole. E loro, incredibilmente, ne hanno dato il giusto tocco.

(Valeria Rusconi)

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