Grandi album da (ri)ascoltare, nel frattempo: 'AM' degli Arctic Monkeys

Il penultimo album degli Arctic Monkeys è stato inciso al Rancho De La Luna e ha coinvolto anche Josh Homme: lo andiamo a riascoltare e vi invitiamo a venire con noi.
Grandi album da (ri)ascoltare, nel frattempo: 'AM' degli Arctic Monkeys

Per buona parte della critica il disco migliore degli Arctic Monkeys, che pur avevano folgorato la stampa già con il loro esordio del 2006 “Whatever People Say I Am, That's What I'm Not”, “AM” è il penultimo capitolo discografico della band di Sheffield e ci sono voluti circa cinque anni prima che Alex Turner e compagni si convincessero di aver messo insieme del materiale degno di essere il seguito di questo album. Ed è così che, nel 2018, ha fatto il suo ingresso sul mercato “Tranquility Base Hotel & Casino”. Ma non corriamo e fermiamoci ad “AM”, l’album dei singoloni "Why'd You Only Call Me When You're High?", "R U Mine?", "Do I Wanna Know?" e "One for the Road", l’album con Josh Homme, l’album registrato al californiano Rancho De La Luna, quello che ha ricordato al mondo che gli Arctic Monkeys sono una band che fa sul serio.

Se non lo aveste macinato già abbastanza ve lo proponiamo come ascolto di questa mattina, nei giorni in cui il Coronavirus sta costringendo gli italiani e le italiane a casa e il tempo sembra essersi fermato. Ecco dunque un paio di brani di “AM” e la recensione che, nel 2013, scrivevamo del disco.

“Whatever people say I am, that's what I'm not” è uscito nel 2006; questo vuol dire che, al netto del periodo pre esordio, con gli Arctic Monkeys abbiamo a che fare circa da sette, otto anni. Otto anni che hanno prodotto la bellezza di ben cinque album; e la cosa va sottolineata per un paio di motivi. Il primo è, ovviamente, legato all’aspetto produttivo: gli Arctic Monkeys, nonostante gli inevitabili imprevisti, sono una band prolifica e costante come poche. Pare evidente che sentano ancora forte la necessità di entrare in studio per dare un senso al loro essere, la necessità di comunicare qualcosa. Cosa questa che ci porta al motivo numero due: se in otto anni sforni cinque album e, di questi cinque, forse mezzo (ma mi tengo di manica larga) poteva essere rivedibile, ecco, molto probabilmente sotto c’è ben più di una “semplice” band molto prolifica e molto costante. Non so, ma a me, parlando di Arctic Monkeys, sembra di parlare di una band che esiste da molto più tempo. E lo dico dopo aver ascoltato questo nuovo “AM”, un disco che più maturo, completo ed essenziale di così, beh… non si può. Facciamola semplice. Prendiamo “Humbug” come momento fondamentale e punto di svolta. Gran disco “Humbug”, almeno per il sottoscritto. Qui entra in gioco Josh Homme (che Dio lo benedica), e agli Arctic Monkeys si spalanca un mondo, per non dire un sound. Sound che andrà affinandosi in “Suck it and see”, il classico disco di transizione, per poi trovare compimento proprio in “AM”. “AM”, come già detto, è un disco essenziale sotto ogni punto di vista. Il titolo? Solo “AM”, un omaggio a “VU” dei Velvet Underground. La copertina? Manco a dirlo in bianco e nero (di nuovo Velvet Underground?), con una grafica iper minimal: sulla copertina di “AM” è rappresentato il suono. E dentro? Dentro dodici pezzi che del puro sound, guarda caso, sono l’espressione migliore; la quintessenza del songwriting di Alex Turner, qui, ovviamente, ridotto ai minimi termini: granitici riff sabbathiani in giubbotto di pelle e capelli impomatati che si alternano a ballate midtempo e lentoni strappamutande (vedi “Mad sound”). C’è tutto. Com’è che l’ha definito Josh Homme? Un… “cool, sexy after-midnight record”. Vero, poco altro da aggiungere.

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In “AM” ci sono almeno cinque pezzi ben sopra la media, e mi riferisco alla strepitosa opening track “Do I wanna know”, un pezzo di cui è impossibile liberarsi, alla già ampiamente nota “R U mine”, proposta con largo anticipo giusto per darci il tempo di farci rosolare a dovere (ma non per questo oggi meno bella), “Arabella”, rasoiata beatlesiana in grado di resuscitare il John Lennon più ispirato (Un effetto collaterale? Chissà che cosa ha fatto scattare agli AM cantare “Come together” alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi), la perfezione del singolo “Why'd you only call me when you're high?”, probabilmente uno dei migliori in assoluto dell’anno solare in corso e non solo (ironico, mortalmente affascinante… disilluso; e che bello poi il video), e la conclusiva “I wanna be yours”. Cinque su dodici - ma, a onore del vero, andrebbe detto dodici su dodici - per me fanno un gran disco, uno di quelli che una volta finito senti la necessità fisica di ricominciare da capo perché hai voglia di riascoltarlo, e magari farci sopra una bella cantata. Non è facile scrivere e produrre un quinto album come questo. Vuol dire essere una grande band, è un qualcosa che va ben oltre la semplice “ennesima” conferma. “AM” è arrangiato alla perfezione, ricco di dettagli (tantissimi è dire poco: provate per un attimo a staccarvi dalla melodia e dalla voce di Turner e fare caso a quello che sta dietro), unico e particolare eppure dallo spirito essenzialmente pop, per quanto sempre alla maniera degli Arctic Monkeys (“Snap out of it” per credere, e i Beatles di nuovo ringraziano). Lo ascolti e ti piace. Lo riascolti e ti piace ancora di più. Lo ascolti una terza volta e vai a prenderti il biglietto per il concerto. Perché è lì che, come sempre, si giocherà la partita finale; proprio sul palco. E questi dodici pezzi, credetemi, sono perfettamente attrezzati per dare il meglio davanti ad una platea.

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Non mi va di parlare di capolavoro come ha già fatto qualcuno (vedi il 10/10 affibbiato a freddo dall’NME) solamente perché credo che per farlo serva tempo. Il disco, dopo la botta iniziale, dovrà necessariamente decantare. Ciò non toglie che, come ho già detto, un quinto album come questo è innegabilmente classificabile come materiale da fuoriclasse. Specialmente se consideriamo che arriva solamente a otto anni da quanto tutto è iniziato. Per quanto mi riguarda, l’Inghilterra oggi suona così.

(Marco Jeannin)

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