Grandi album da (ri)ascoltare, nel frattempo: 'La malavita' dei Baustelle

In questi giorni sospesi proviamo lo stesso ad alzare il volume, e a invitare anche voi a farlo, riascoltando alcuni grandi dischi degli anni passati: questa sera, in cuffia, il primo album per una major dei Baustelle, “La malavita”.
Grandi album da (ri)ascoltare, nel frattempo: 'La malavita' dei Baustelle

Ancora non avevano visto la luce canzoni come “Charie fa surf”, “Baudelaire”, “Piangi Roma”, “Gli spietati” e le più recenti “Amanda Lear” e “Betty”. E con esse dischi come “Amen”, “I mistici dell’occidente” e “L’amore e la violenza”. Canzoni e dischi, insomma, che sarebbero diventati capisaldi della carriera dei Baustelle. Era il 2005 e tutto questo doveva ancora arrivare. Ma il terzetto toscano non mancava certo di pugno e proprio con “La malavita”, l’album che andiamo oggi a riscoprire, si sarebbe aperto la strada verso il grande pubblico, un pubblico che l’esordio “Sussidiario illustrato della giovinezza” e il successivo “La moda del lento” non erano riusciti a raggiungere, complice anche il nuovo contratto firmato dai Baustelle con la Warner che li accompagna nella pubblicazione del loro primo album per una major.

Sono passati quasi quindici anni dalla pubblicazione di “La malavita” e di cose ne sono successe nell’universo Baustelle: da ultima, proprio alla mezzanotte di oggi uscirà il singolo apripista, “Il bene”, del primo album solista – atteso in primavera - di Francesco Bianconi, frontman della band. Eppure proprio in “La malavita” sono esplosi alcuni dei tratti distintivi della formazione di Bianconi, dall’attenzione per l’attualità e per la nostra storia a quell’aria “losca” che si respira nelle canzoni dei Baustelle, dagli immancabili riferimenti culturali alle sottigliezze sonore e al piglio da esteti della band.

Oggi che l’attuale emergenza sanitaria legata al Coronavirus ha zittito i concerti e ha costretto a rimandare a tempi migliori tutte le iniziative legate al mondo della musica proviamo lo stesso ad alzare il volume, e a invitare anche voi a farlo, riascoltando alcuni grandi dischi degli anni passati. Un paio di assaggi del disco li trovate qui sotto e trovate anche la recensione che, nel dicembre 2005, pubblicavamo. Buon ascolto e buona lettura!

Un album concettuale, più che un concept album. Un ritratto - senza età - tutto italiano dipinto su un pentagramma, raccontato quasi fosse una crime story anni Settanta illustrata. Eppure, a dispetto dei riferimenti letterari (da Parmenide a Conrad, passando per Dante e Marco Lodoli), delle citazioni musicali (e non) e della raffinatezza di certe soluzioni, dotato di una capacità di arrivare senza problemi al cuore, passando dalle orecchie, che - da queste parti - in pochissimi hanno. Ma non fategliene un merito: i Baustelle, dopotutto, sono sempre stati così. Una coerente "band apart", che ha conosciuto defezioni, ma che ha dimostrato di essere sempre pronta a difendere la propria "linea", la propria sensibilità e la propria scrittura senza mezzi termini, "a mano armata".

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La compagine di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi ci prende per mano e ci accompagna in quell'Italia che ormai tutti facciamo finta di non conoscere ma che - più o meno segretamente - amiamo o abbiamo amato: quella di provincia, dei bar, della Milano che non c'è più, dei pazzi del paese. E, impietosamente, anche in quella che oggi non possiamo far finta di non conoscere, fatta di starlette e reality, ossessionata dall'arrivare (Dove? Sono in pochi a saperlo...) con una camicia di marca e dei jeans con una grossa scritta sulle chiappe. Il tutto, però, con una grazia rara, preziosa, dove alle affabulazioni prodotte dalle voci di Francesco e Rachele fanno eco stratificazioni sonore alla Phil Spector, reminiscenze anni Sessanta e tutto il bagaglio che il collettivo toscano (con "avanposto" a Milano), in questi anni, è stato capace di elaborare con la propria personalità, sempre al di sopra delle mode anche quando l'essere fuori moda è diventato à la page. È un disco importante, "La malavita": importante perché bello, perché pensato, perché semplice, diretto, eppure dalle mille sfumature, come tutti i dischi "di leggera" dovrebbero essere. Un disco di un gruppo che potrebbe normalmente essere in Tv, o alla radio, o alle kermesse canore, o - più semplicemente - nelle orecchie di tutti, come una volta succedeva a chi cantava belle canzoni. Se, "normalmente", l'antidoto di oggi ad un futuro anonimo non fosse "la scritta Calvin Klein / tatuata sugli slip".

(Davide Poliani)

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Dall'archivio di Rockol - raccontano "L'amore e la violenza vol. 2"
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