Grandi album da (ri)ascoltare, nel frattempo: "The rising" di Bruce Springsteen

Un disco urgente, ma che anche oggi non ha perso la sua forza espressiva e di racconto del superamento di una crisi: anche per questo lo abbiamo scelto come primo tra gli album da riascoltare in questi giorni sospesi.
Grandi album da (ri)ascoltare, nel frattempo: "The rising" di Bruce Springsteen

Narra la leggenda che dopo l'attentato alle Torri Gemelle dell'11 settembre, una persona abbia fermato Springsteen ad semaforo e gli abbia detto: "Bruce, abbiamo bisogno di te". Poco meno di un anno dopo usciva "The rising", nel luglio 2002: sarebbe rimasto come il miglior disco del Boss degli ultimi 20 anni.
Un disco urgente, ma che anche oggi non ha perso la sua forza espressiva e di racconto del superamento di una crisi: anche per questo lo abbiamo scelto come primo tra gli album da riascoltare in questi giorni sospesi dal Coronavirus: da oggi ve ne proponiamo tre al giorno, italiani e internazionali, degli ultimi 20 anni.
È il primo album inciso con la E Street Band dalla reunion di fine anni '90, un disco che racconta il dolore, ma ancora oggi pieno di speranza. 

Ecco la recensione che abbiamo pubblicato al tempo della sua uscita, e un paio di canzoni per spingervi a riascoltarlo. Come on up for the rising!

 

Gli anni '70 e '80 trascorsi a fare le pulci al sogno americano. 'Ordinary Joe' sveste la tuta blu dopo la fabbrica, si calca in testa un berretto da baseball per un paio di birre nel solito bar e di notte torna ostaggio di highway catramose che, nel tentativo di afferrare quel sogno, renderà mitiche. L'amore è in sottofondo come una trama di sogni semplici e romantici, di passioni fisiche. Il rock è la ribellione, è l'unica vera forza liberatrice.
Gli anni '90 passati a cercare di frenare la propria corsa. Può la famiglia essere per un uomo adulto una sfida più tosta di quelle inseguite da giovane? L'amore è in sottofondo come un filmino sgranato che racconta relazioni tra persone mature, che sa di barbecue al tramonto, che regala emozioni agrodolci. Il rock è una solida tradizione cui aggrapparsi, è un approdo sicuro.
Gli anni 2000…? Incendiati sul nascere. Hanno strappato i personaggi delle sue canzoni per consegnarli alla vita reale. Che ne è dell'amore, che ne è del rock, adesso…?

Da Bruce Springsteen, un cinquantaduenne sposato con tre figli ancora capace di far ballare, piangere e ridere uno stadio intero per quattro ore, è lecito aspettarsi qualche dritta. E' lui l'unico artista da cui, dopo l'11 settembre, la gente attendeva una reazione, una risposta che fosse smarcata dalla politica e dalla demagogia. E' lui l'unico personaggio che non avrebbe potuto sottrarre la sua opera al confronto con le Torri Gemelle.
Così nasce “The rising”, un'opera spontanea nella quale il Boss si riappropria di quegli anti-eroi che aveva creato e onorato decenni prima che Manhattan venisse sfigurata. Lo fa restituendo le loro vite alla scena immortale della musica, sottraendole alla cronaca istantanea grondante sangue, narrando le sensazioni di individui reali che giornali e TV non hanno avuto tempo, voglia e talento per descrivere. Tutt'altro che 'concept album', è invece un viaggio circolare che attraversa stati d'animo e punti di vista differenti: dal dolore alla disperazione, dalla speranza alla resurrezione. E' una collezione di quindici canzoni, che durano complessivamente molto (73 minuti) e che, inevitabilmente, non offre sempre continuità, anzi: sembra, a tratti, crogiolarsi nella diversità tra le emozioni e gli stili.

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Il viaggio può cominciare con “Empty sky”, ovvero: il dolore. Il punto di vista e la voce narrante sono di chi ha perso per sempre la persona amata. Il cielo dopo il crollo delle torri è stato lasciato vuoto dai grattacieli crollati proprio come il letto e i mobili di casa sono stati abbandonati da chi è stato sepolto sotto le loro macerie: “Voglio un bacio dalle tue labbra, voglio vendetta, stamattina mi sono svegliato di fronte a un cielo vuoto”. Questa stessa disperazione, questo stesso dolore profondo pervadono “You're missing”: “La tua casa ti aspetta… Il Signore fluttua nel cielo, il Diavolo è nella cassetta delle lettere”. Per dare espressione a uno stato d'animo così pesante, Springsteen utilizza la ballata, passando da un tono più ipnotico nel primo caso a un gusto più tradizionale e confessionale nel secondo; è quasi un parlare da solo quello di chi non si capacita dell'accaduto.
“My city of ruins”, scritta prima dell'11 settembre (al pari di “Nothing man”, “Further up (on the road)” e “Waiting on a sunny day”) e resa celebre dall'esibizione televisiva per il telethon americano del 21 settembre, durante il quale fu eseguita in versione 'unplugged', si adatta all'atmosfera plumbea che caratterizzò i giorni e le settimane immediatamente successive all'attentato. Contiene la devastazione e il degrado, ma non l'arrendevolezza: “Come on rise up!”, urla il Boss, e il concetto di “risollevarsi” è proprio il tema centrale qui. Quel 21 settembre 2001 Bruce avrebbe voluto suonare “Into the fire”, ma cambiò idea perché non era ancora ultimata. Oggi è una pietra angolare di “The rising”: blues di antica e rurale ispirazione, parla del sacrificio di persone normali che diventano eroi solo per avere compiuto il proprio dovere. Alle immagini struggenti del pompiere che scompare nel fumo e tra le fiamme da cui non tornerà più, si contrappone l'invocazione del coro, quasi un gospel: “Possa la vostra forza darci forza, possa la vostra fede darci fede, possa la vostra speranza darci speranza, possa il vostro amore darci amore”. Con la title track, la richiesta di resurrezione è completa e, con l'occasione, ecco la vera E Street Band: benvenuta, utile e necessaria. Se è l'ora di trovare la forza per rimettersi in piedi, la metafora springsteeniana non può che ricorrere all'ausilio di quella potenza sonora che da sola rende l'idea e riillumina il cuore.
Ora, se la grande notizia per i fan di Springsteen è la riunione in studio con la E Street Band (che, se si eccettua il lavoro fatto per il “Greatest hits” del 1995, riallaccia un filo che si era spezzato nel 1987 e rimarca la voglia matta del Boss di suonare con i suoi), la vera novità musicale di “The rising” è, però, in un solo nome: Brendan O' Brien. Per recuperare al suo orecchio le basi di un suono necessario per fare girare al meglio una macchina poderosa come il suo gruppo, l'artista ha affidato sé stesso e la sua formazione alle 'cure' del 'medico' di Atlanta che di solito si occupa di Rage Against The Machine, Pearl Jam e Korn. Come è andata? O' Brien ha lavorato bene sulle radici della voce del Boss, contribuendo a renderla nuovamente molto rock e pronta per le arene e gli stadi, mentre non è sempre riuscito a riconfigurare gli 'E Streeters' in una versione migliore dell'originale. Premesso che gestire tre chitarre non è facile, mi sarebbe piaciuto sentirle meglio, e non solo sentirle tanto; la ricetta di O' Brien, invece, è stata sottile: avanti le sei corde, ma a fare da tappeto sonoro anonimo per la voce del Boss, e indietro il piano, il cui suono è forse l'elemento più caratterizzante del gruppo rispetto ai propri omologhi. Il suono della E Street Band, quindi, si sente poco: solo la batteria di Max Weinberg è riconoscibilissima, mentre è quasi assente il sax di Clarence Clemons. Qualche coloritura elettronica qua e là suggerisce che si sarebbe potuto fare un disco più centrato sul suono di capolavori come "Worlds apart" (melodia orientaleggiante, con un gruppo pakistano guidato da Asif Ali Khan che canta in qawwali) o la già menzionata "Into the fire". Al contrario, sussiste un po' di schizofrenia: i ragazzi vengono fuori bene con tipici 'rocker' come “Further on (up the road)” (scritta per loro) e “Mary's place” (una piccola Rosalita arricchita dagli archi), come l'ottimo e ottimista 'uptempo' di “Waitin' on a sunny day” o come il soul (carinissimo, ma che c'entra…?) di “Let's be friends”. In questi casi si rischia sempre di recuperare più lo stereotipo di un suono che non la sua essenza: ai concerti dal vivo l'ardua sentenza.

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The rising” funziona più di pancia che di testa: è commovente dall'inizio e, dopo qualche ascolto, si rivela in tutta la sua piacevolezza, la sua sostanza, la sua poesia. Questo disco, comprensibilmente pre-iconizzato come “quello dell'11 settembre”, non parla della sciagura abbattutasi su una civiltà, ma del disastro subito da individui normali a partire dalla cui forza si può ricostruire. Non parla di patriottismo, esattamente come non ne parlava “Born in the U.S.A.”. Non parla di “perdita dell'innocenza” degli Stati Uniti, poiché l'autore sa – come dovrebbero sapere anche molti commentatori da salotto più attempati di lui - che quell'innocenza se n'era già andata anni addietro con John Kennedy, Martin Luther King, il Vietnam, il Golfo… Questo disco, semmai ci ricorda come, in ultima analisi, la tragedia colpisce le persone e non le nazioni. L'arte del Boss è sempre stata questa: pennellate di vita quotidiana, zoom sugli individui, un'istantanea personale sufficiente a raccontare la vicenda di una comunità intera. E' così anche stavolta: la devastazione resta sullo sfondo, mentre il dolore entra nella vita degli esseri umani: solo così, purtroppo, acquisisce lo spessore e l'importanza che generano nuova forza per chi resta.
Che ne è dell'amore, che ne è del rock, adesso…?
L'amore in sottofondo, oggi, non è più solo un dolce rito quotidiano, ma un grido dall'aldilà che vuole infondere coraggio. Il rock, come sempre, è il suo sacerdote.

(Giampiero Di Carlo)

Dall'archivio di Rockol - Bruce Springsteen racconta Asbury Park
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