Coronavirus: i danni in borsa per l’industria musicale

Il Covid 19 ha già bruciato miliardi di capitalizzazione nel settore
Coronavirus: i danni in borsa per l’industria musicale
Credits: Rockol

L’incertezza che circonda l’effettiva capacità e tempistica con cui sarà possibile arginare il Covid 19 ha già avuto un impatto economico negativo proporzionalmente peggiore e diffuso del danno sanitario, se non altro per la rapidità con cui si sono concretizzate conseguenze gravi su aziende e lavoratori dei comparti legati ai servizi, ai quali molte fasce dell’intrattenimento e quindi della musica fanno riferimento.

Mentre aggiorniamo quotidianamente il bollettino su sospensioni, annullamenti e divieti di svolgimento di eventi dal vivo e/o pubblici, diventa interessante monitorare anche il parallelo andamento delle quotazioni in borsa di alcune significative aziende del settore.

I mercati hanno già “scontato” un primo trimestre drammatico per il PIL cinese che, tuttavia, da oltre una settimana ha ricominciato a emettere segnali incoraggianti di inversione di tendenza. L’attesa della comunità finanziaria è che qualcosa di molto analogo possa riprodursi in tutte le aree geografiche nelle settimane e nei mesi a venire e che saremo spettatori di un andamento a V per quanto riguarda l’economia reale: a un rapido declino, una volta toccato il fondo, dovrebbe seguire una altrettanto solerte risalita. Vedremo se sarà così e, se dovesse, speriamo che il fondo sia toccato presto. Per il momento prendiamo in esame una dozzina di titoli “musicali”, osservandone le oscillazioni tra il 21 febbraio (il venerdì di chiusura dei mercati precedente gli annunci che hanno scatenato il panico e determinato i recenti cambiamenti) e il 6 marzo.

Come era facile prevedere, sul segmento “live” si riscontrano le perdite più ingenti: il meno 30% circa dei due protagonisti maggiori del ticketing Live Nation ed Eventim, che insieme hanno bruciato in due settimane oltre 6 miliardi di euro, parla chiaro.

Piuttosto male è andata anche alla tecnologia specificatamente musicale: Avid (che ha in pancia Pro Tools) e Sonos hanno perso intorno al 20%.

Ingenti in valore assoluto per via delle loro enormi dimensioni e patrimonializzazioni ma più contenute in termini percentuali le perdite dei giganti della tecnologia, le cui discese comprese tra l’8 e il 13% equivalgono a una volatilizzazione di ben 336 miliardi di dollari, con un contraccolpo devastante sull’intero Nasdaq.

Nei dintorni della discografia, l’osservazione si limita alle case madri di Sony Music e Universal Music, cioè Sony Corp e Vivendi: arbitrario estrapolarne la buona o cattiva tenuta a fronte di perdite a cifra percentuale singola.

Tengono invece bene le piattaforme musicali, se si fa riferimento e Spotify e Tencent, i cui titoli hanno sì oscillato ma alla fine hanno pressochè mantenuto le proprie posizioni di partenza, confermando apparentemente le previsioni di chi – nel mezzo della tragedia sanitaria – vede bene i servizi che sono destinati a funzionare anche in isolamento.

Di seguito, il dettaglio dei 13 titoli osservati in ordine alfabetico. Solo più avanti sarà ragionevole provare ad estrapolare un dato significativo sulla ciclicità o anti-ciclicità di alcuni di essi.

  • Amazon: quotata al NASDAQ americano, è scesa da $ 2095,97 a $ 1901,09, perdendo circa il 9% (bruciando, quindi, circa 93 miliardi di dollari): l’azienda vale 946 miliardi di dollari.
  • Apple: quotata al NASDAQ americano, è scesa da $ 313,05 a $ 288,95, perdendo circa l’8% (bruciando, quindi, circa 110 miliardi di dollari): vale un triliardo e 264 miliardi di dollari.
  • Avid: quotata al NASDAQ americano, è scesa da $ 8,69 a $ 7,13, perdendo circa il 18% (bruciando, quindi, circa 67 milioni di dollari): vale 307 milioni di dollari.
  • Eventim: quotata allo Xetra tedesco, è scesa da € 59 a € 42,46, perdendo circa il 28% del proprio valore: vale 4,7 miliardi di euro e ha bruciato circa 1,8 miliardi.
  • Google: quotata al NASDAQ americano, è scesa da $ 1483,46 a $ 1295,74, perdendo circa il 13% (bruciando, quindi, circa 133 miliardi di dollari): vale 891 miliardi di dollari.
  • Hipgnosis: quotata al LSE britannico, è scesa da £108 a £ 103, perdendo il 4,5% circa e vale circa 630 milioni di sterline (ne valeva oltre 800 a cavallo del nuovo anno).
  • Live Nation: quotata al NYSE americano, è scesa da $ 74,19 a $ 53, perdendo circa il 28% del proprio valore: vale 11,37 miliardi e ha bruciato oltre 5 miliardi.
  • Sirius XM: quotata al NASDAQ americano, è scesa da $ 7,24 a $ 6,44, perdendo circa l’11% del proprio valore: vale 28,4 miliardi di dollari e ha bruciato circa 3,5 miliardi.
  • Sonos: quotata al NASDAQ americano, è scesa da $ 12,94 a $ 10,48, perdendo quasi il 20% del proprio valore (bruciando, quindi, circa 270 milioni di dollari): vale 1,153 miliardi di dollari.
  • Sony Corp.: quotata al Nyse americano, è scesa da $ 65,88 a $ 63,12, perdendo circa il 4% del proprio valore: vale 78,5 miliardi di dollari.
  • Spotify: quotata al Nyse americano, dopo essere scesa da $ 146,95 a $ 134,51 il 27 di febbraio, ha chiuso a $ 145,14: praticamente invariata, il suo patrimonio è di 26,75 miliardi di dollari.
  • Tencent: quotata al Nyse americano, è scesa da $ 51,45 a $ 50,09: praticamente invariata, il suo patrimonio è di 484 miliardi di dollari.
  • Vivendi: quotata a Parigi, è scesa da € 25,11 a € 22,85, perdendo circa il 9% del proprio valore:  il suo patrimonio è di 26,4 miliardi di euro.

(MusicBiz esce tutte le settimane su Rockol)

(Giampiero Di Carlo)

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