Blink-182, Limp Bizkit e quella sassaiola a Bologna, vent'anni fa

Fu probabilmente l'ultimo esempio di disordine pubblico a un concerto di grandi proporzioni in Italia: cosa successe esattamente, e perché

Blink-182, Limp Bizkit e quella sassaiola a Bologna, vent'anni fa
Credits: Rockol

La violenza ai concerti, in Italia, è stata appannaggio quasi esclusivo della stagione della contestazione, il cui culmine ci è stato ben raccontato dal maggiore critico musicale italiano, Riccardo Bertoncelli, che il 5 luglio del 1971 era tra il pubblico del Velodromo Vigorelli di Milano per quello che sarebbe stato il famigerato primo e unico passaggio su un palco italiano dei Led Zeppelin. Chi oggi ha meno di cinquant'anni non ha avuto la possibilità - per sua fortuna - di assistere a un grande evento live interrotto dalla polizia in assetto antisommossa. Tutt'al più, a qualche scaramuccia, come quella che ebbe protagonista - suo malgrado - il bassista dei Soundgarden Ben Shepherd, che in occasione del concerto tenuto dalla fu band di Chris Cornell nel 1995 a Reggio Emilia fu bersagliato da pietre e bottiglie lanciate dal pubblico delle prime file.

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Uno degli incidenti che fecero maggiormente parlare la stampa - specializzata e non - ebbe luogo tuttavia cinque anni dopo, a pochi chilometri di distanza, in occasione della serata finale dell'iDays Festival 2000.

La due giorni, svoltasi presso l'Arena Parco Nord di Bologna tra il 2 e 3 settembre, iniziò in salita, con la defezione - in occasione della prima giornata - dei Coldplay, impossibilitati a salire sul palco per un'indisposizione del frontman Chris Martin. L'assenza guastò la festa solo relativamente, un po' perché - all'epoca - il gruppo che oggi riempie gli stadi in tutto il mondo era solo un quartetto di belle speranze che aveva pubblicato circa un mese e mezzo prima il proprio disco di debutto - "Parachutes", uscito il 10 luglio dello stesso anno -, un po' perché gli headliner della giornata, i Mr. Bungle di Mike Patton e i Boss Hog di Jon Spencer, avevano attirato un tipo di pubblico che dell'assenza di "quelli di 'Yellow'" erano stati capaci di farsene una ragione, per giunta molto in fretta.

Era la seconda giornata, quella di domenica 3 settembre, a essere stata dedicata al grande pubblico, attirato da due headliner d'eccezione: i Limb Bizkit, all'epoca freschi della pubblicazione del loro album più fortunato, "Chocolate Starfish and the Hot Dog Flavored Water", e ulteriormente lanciati dal primo estratto del lavoro "Take a Look Around", inserito nella colonna sonora del blockbuster "Mission: Impossibile 2", e i Blink-182, che meno di un anno prima - con il loro terzo album "Enema of the State" - erano stati capaci di guadagnarsi la popolarità mondiale grazie agli inni pop punk "What's My Age Again?" e "All the Small Things". Sulla carta, insomma, un bill capace di accontentare una platea mainstream rock più ampia che mai. Eppure qualcosa andò per il verso sbagliato.

Domenica 3 settembre Mark Hoppus, Tom DeLonge e Travis Barker salgono sul palco poco prima delle 22 e 30: attaccano con "Dumpweed", seguita da "Don't Leave Me" e "What's My Age Again?". Sul palco iniziano ad arrivare le prime bottiglie, una delle quali centra in pieno l'asta del microfono di Hoppus. DeLonge scherza, "Non abbiamo sete...", ma dal palco parla di problemi tecnici. Di lì a poco la situazione precipita: oltre alle bottiglie si aggiungono bicchieri, oggetti vari e alla fine sassi. Il trio regge ancora qualche canzone - tra le altre, "Adam's Song" e "All the Small Things" - prima di ritirarsi dietro le quinte dopo poco più di venti minuti di set. Alle 23 si accendono le luci ed entrano in scena le forze dell'ordine: lo spettacolo è finito nel peggiore dei modi. Una manciata di giovanissimi nelle prime file finirà la serata in compagnia del personale paramedico presente sul posto, perché colpita alla testa dai sassi lanciati dalla zona della platea più lontana dal palco.

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Di possibili ricostruzioni dell'incidente e dei relativi retroscena ne furono avanzate diverse, non tutte collimanti tra loro. Già la sera stessa - tra il pubblico - circolò la voce di un'azione organizzata messa in atto dai fan della band di Fred Durst come rappresaglia ai danni dei "concorrenti", ai quali venne assegnato l'ultimo slot disponibile, convenzionalmente considerato il più prestigioso. Ipotesi, questa, mai corroborata da riscontri effettivi, né avvalorata dalle dichiarazioni dei diretti interessati, Durst in primis, che - nelle ore immediatamente successive il fatto - fece sapere di "non avere problemi a dividere il palco con i Blink-182, anche se con loro noi abbiamo ben poco da spartire".

Repubblica parlò di una sostanziale differenza tra platee - quella dei Blink-182, da un lato, affezionata alla band che "ha scalato le classifiche" grazie a un atteggiamento "goliardico" e "infantile e scanzonato", e quella, dall'altro, dei Limp Bizkit, "dediti alla ricerca stilistica e dalle liriche impegnate e legate a temi sociali". Ipotesi, anche questa, da accogliere con qualche riserva: benché stilisticamente diverse, le due band erano entrambe espressione della discografica mainstream a stelle e strisce, oltretutto pubblicate da due controllate dalla medesima major (Universal, via Interscope per "Chocolate Starfish and the Hot Dog Flavored Water" e via MCA "per Enema of the State"). Come se non bastasse, poco meno di un anno prima lo stesso Durst era stato nominato vicepresidente della stessa Interscope Records, etichetta che nel maggio del 2000 aveva pubblicato uno dei più grandi successi commerciali della storia dell'industria musicale americana, "The Marshall Mathers LP" di Eminem. Limp Bizkit e Blink-182, insomma, non erano due espressioni di mondi diversi o di sottoculture ostili l'una all'altra, ma due prodotti commerciali dello stesso colosso discografico destinati - semmai - a due segmenti di mercato contigui.

Andrea Rigano, su Freezer Magazine, ipotizzò che fosse stato l'atteggiamento dei Blink-182 e del relativo staff a indisporre non solo il pubblico, ma anche gli addetti ai lavori presenti nel backstage di Bologna: il trio di San Diego sarebbe sbarcato nel retropalco da un "bunker-bus" circondato da "enormi" guardie del corpo, che sarebbero state la causa prima della rivolta del pubblico. Ai primi accenni di lancio di oggetti, i bodyguard del gruppo avrebbero individuato "un malcapitato a caso", lo avrebbero "catturato" e per cercare di "pestarlo come sanno fare solo loro" per poi lasciarlo "malconcio". "Hanno già scatenato l'ira furibonda della gente, e le bottigliate si trasformano in sassate", si legge nella ricostruzione dell'incidente vista dal backstage.

Forte perplessità di fronte a "un'azione così poco intelligente e datata come il lanciare sassi per contestare uno spettacolo" fu giustamente espressa dall'organizzatore del festival, Corrado Rizzotto, che a Repubblica parlò di "un episodio isolato non riconducibile al festival o alla musica rock in generale, ma al fanatismo di poche persone". Questo per quanto riguarda le dichiarazioni ex post. Riguardo invece quelle antecedenti il fattaccio, vale la pena citare quella di Mike Patton (riferita da Federico Guglielmi nella sua recensione dell'evento sul numero 410 del Mucchio Selvaggio), che durante il suo set con i Mr. Bungle della sera di sabato 2 settembre, in perfetto italiano avvertì il pubblico che:

"I gruppi del cazzo suonano domani... i Blink Zero Zero Zero, i Limp Stronzo"

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