Ozzy su Lemmy: "Potevi pensare che avesse un paio di cellule cerebrali, ma ne sapeva tante"

L'ex frontman dei Black Sabbath in una intervista parla con affetto del leader dei Motorhead.
Ozzy su Lemmy: "Potevi pensare che avesse un paio di cellule cerebrali, ma ne sapeva tante"

La scorsa settimana Ozzy Osbourne ha pubblicato il suo nuovo album “Ordinary Man” (leggi qui la nostra recensione), per promuovere il disco ha rilasciato una intervista al magazine britannico NME. Tra i vari argomenti, l'ex frontman dei Black Sabbath ha ricordato come, nei primi anni Ottanta, dovette annullare una serie di spettacoli che lo vedevano condividere il cartellone con i Motorhead poiché lui e il leader della metal band britannica Lemmy Kilmister erano reduci da un tour de force a base di cocaina.

Questo il suo racconto:

“Avevamo alcuni giorni liberi, quindi andai a casa del padre di Sharon (la moglie di Ozzy, ndr) e Lemmy venne con noi. Giunse il momento di tornare in tour, ma mi ero fatto di coca per tutta la fottuta settimana. Esco in cortile e Lemmy ha una faccia più bianca di un fantasma. Mi guarda e dice, 'Spero di non essere messo male come te'. Se te lo dice Lemmy Kilmister, devi essere messo davvero male. Io dissi solo, 'Annulla i concerti'.”

La morte di Lemmy, nel dicembre 2015, lo ha colpito nel profondo, dice:

"Mi ha fatto impazzire. Era un brav'uomo. Guardando Lemmy, potevi pensare che avesse un paio di cellule cerebrali, ma era molto preparato. Vorrei che aveste potuto vedere il suo appartamento, cazzo! Era come l'Imperial War Museum. Quando ero in giro acquistavo per lui pugnali nazisti e glieli portavo. Doveva avere 10.000 fottuti pugnali tedeschi."

Ha ricordato anche gli ultimi live di Lemmy con i Motorhead, i mesi precedenti la sua morte:

"Non riuscivo a credere quanto fosse magro. Era un fottuto sacco di ossa. Si vedeva che era molto malato, ma lo teneva per sé. Gli ho telefonato il giorno in cui morì. Io e Sharon stavamo andando a casa sua a trovarlo. Ho chiamato casa sua e non so chi cazzo ha risposto, volevo che mi dicessero che stava bene. Alla terza o quarta telefonata, dissero, 'Se n'è andato'.”

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