Marsico e Di Trapani: "Ecco il nostro 'The Greatest Nots'"

Maurizio “Monofonic Orchestra” Marsico e Stefano “Demented Burrocacao” Di Trapani raccontano per Rockol “The Greatest Nots”
Marsico e Di Trapani: "Ecco il nostro 'The Greatest Nots'"

E’ uscito in questi giorni “The greatest nots”: un album, in vinile, molto molto particolare, per raccontare il quale abbiamo pensato che la scelta migliore fosse quella di affidarne la presentazione ai due autori.
Ecco qui di seguito la loro conversazione, in esclusiva per i lettori di Rockol, con interpolati alcuni “assaggi sonori” della musica contenuta nel disco.

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Maurizio Marsico: Caro Stefano, mi sono fatto persuaso, come dice Montalbano, che “The Greatest Nots” sia stato intitolato così per una serie di ragioni vere, verosimili e totalmente fuori di testa. Penso all'importanza dei No, rispetto alle macchine del consenso. Ai "nodi" di R.D. Laing ma senza la K. Al football club professionistico più antico al mondo, se avesse la doppia T (Notts). All'idea di una raccolta di successi al contrario. In fondo, ma anche in superficie, sia tu che io siamo quanto di più lontano possa esserci da uno Yes Man.....

Stefano Di Trapani: No, non è vero! ahahah ecco, come vedi la regola è confermata... niente si! A parte gli scherzi, hai ragione. E’ vero che la smania di successi e successo ultimamente sta divorando intere generazioni che per un periodo sembrava se ne fottessero bellamente (vedi i fine Settanta e i Novanta del "rifiuto"). E più se ne fottevano più ottenevano successo, che è poi il segreto del successo stesso. Ora invece pur di prendere una fetta della torta certi sedicenti artisti sarebbero felici di andare in giro con le divise, meglio se firmate da qualche stilista di grido. Ma la musica sempre in secondo piano. Ti rivelerò un aneddoto: quando avevo nove anni feci una band con il mio vicino di casa, i GS ROCK (gs stava per gangsters , anticipando i tempi del gangsta rap facevamo gangsta rock, ma anche e soprattutto per GS il supermercato). Facemmo una cassetta di roba delirante / demenziale e decidemmo che quella sarebbe stata la nostra raccolta di successi. Ma ovviamente chi cazzo ci conosceva? Quindi semplicemente regalammo una decina di cassette in classe e scrivemmo nelle note di copertina (scritte a penna) “10.000 copie vendute”! Beh, alla fine il 10 c'era, abbiamo solo aggiunto degli zeri, omettere non è mentire, e alla fine come dire... è la grande truffa del r’n’r, quella delle visualizzazioni, della propaganda spicciola. “The Greatest Nots” mi ricorda quell' esperienza di libertà beffarda, e in effetti c'è “Savonex” che è un brano che avevo in testa da quando avevo sette anni e non avevo mai sviluppato in un'incisione. Anche quello per me era un grande successo che NON era. Almeno fino ad adesso, visto che una volta uscito per me è un successo, per gli altri chissenefrega, diciamolo. Infatti non credi che l'ascoltatore in questo disco sia superfluo? Secondo me è il disco che ascolta l'ascoltatore...

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MM: Il disco ti ascolta, la televisione ti guarda e i politici ti si inculano, sempre e comunque, anche mentre... sta andando tutto a rotoli. E' inevitabile che a volte il passato dipinga tutto di rosa, e che le formiche di ieri appaiano come i giganti di oggi e, altre volte ancora, che il tempo trasformi i più terribili dinosauri in innocue lucertoline. Anche per questo motivo “The Greatest Nots” vive in una propria dimensione temporale, dove i veri anni '80 non furono mai. In una sua bolla eretico/distopica. E' un disco frigideriano senza essere Frigidaire, è new wave cantata in italiano mai sentita, è quasi un festival di ciò che non fu né Rock 80, né Bologna Rock. Sono gli anni '80 con un diverso finale. Rivissuto su un altro piano da un artista informato sui fatti insieme ad un altro artista con una differente prospettiva. Madamina, il catalogo è questo. Gli elementi ci sono tutti, inclusa la Monofonic Orchestra che sembra palesarsi in “Il Maestro Siamo Noi”. Ma è soltanto un'illusione, lo era prima, lo è anche adesso. Onore quindi agli Skiantos, onore ai Gaz Nevada, onore agli Stupid Set, onore al Confusional Quartet e onore pure ai Windopen. Onore anche a tutte le band fiorentine romane e milanesi. Onore al grande rock di Pordenone, onore a Franco Zanetti che di quella scena fu osservatore appassionato e attento, e onore pure al sottoscritto.

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SDT: ahahah soprattutto a te infatti, che hai plasmato gli anni Ottanta a tua immagine e somiglianza, con vari tentativi di imitazione malcelati da parte di altri (a questo proposito… non ti stavano sul cazzo i Gaznevada?).

MM: Ma no, dai, mi stavano affettuosamente sul cazzo, tanti ma tanti anni fa, quando pareva avessero abbandonato la spontaneità e l’autenticità degli esordi per cercare di trasformarsi in una specie di Talking Heads alla bolognese. Ai tempi, non avrei potuto pensarla diversamente, basta ascoltare i miei dischi Italian Records del periodo, per capirlo. Non sono mai stato un loro fan, ma avercene oggi di band così!

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SDT: Ecco, sei arrivato a un punto importante: è cruciale infatti il concetto dell’ “oggi”. La questione secondo me è che “The Greatest Nots” gli anni Ottanta non li sfiora se non pochissimo, perché come dici bene tu gli anni Ottanta non furono mai. O meglio, i miei di quando ero bambino nessuno li ha mai storicizzati: la scena new wave di chi stava in prima media nel 1985 nessuno se l'è minimamente inculata, per ovvie ragioni, ma neanche tanto ovvie (se fossero spuntati dei Jackson Five da sfruttare a livello industriale, saremmo già su quella cacata che è la storia della musica di Scaruffi). Per me è riprendersi un posto nella storia, ma anche negare tutto sommato questa fissa delle distopie/utopie ecc. nello stesso tempo in cui le pensiamo, perché il disco è suonato qui ed ora e racchiude tutte le contraddizioni musicali di adesso. Ovvero un frullato di roba che nasce dallo skip di un video di Youtube, da una cartella scaricata compulsivamente da qualche Torrent, dall'ascolto distratto di Spotify che manda roba ad algoritmo senza fare caso alle datazioni e men che meno alle ripetizioni. Incastrati in questa " dissezione" continua dei nostri gusti, non credo abbia più senso parlare di tempo. Quello che mi interessa nell' operazione “The Greatest Nots” è che si rende manifesta la Nutopia di Ono/Lennon, in senso musicale, dove non c'è niente e c'è tutto. Tu non pensi che ad esempio nella già citata "il Maestro Siamo Noi" questo si evinca?

MM: Sì, sono totalmente d'accordo con te: è un disco gattopardescamente nutopico, e al tempo stesso apprezzo che le nostre visioni non coincidano al millimetro, credo sia il sale di ogni collaborazione di contenuto ma... resto convinto che “Arròta” sia la nostra "Sei in banana dura" e che a registrare il nostro disco ci siamo divertiti un casino... e si sente di brutto.

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SDT: In effetti a suonare “Arròta” io mi sono “tajato” , come si dice a Roma. A livello strumentale  non potevamo non “pazziare”: è stato interessante trovarsi a suonare roba mai presa in mano fino ad allora. Che ne so, un basso a 5 corde enorme, una Gibson Les Paul d'epoca, una workstation mai vista prima in vita nostra, o delle groovebox che mai avrei avuto il coraggio di piazzare in un disco, me ne sarei forse vergognato. Tutti strumenti trovati in studio, così, tutto cotto e magnato. Fare un disco in questo modo ti mette in sostanza fuori dalla tua comfort zone, devi ingegnarti per far funzionare le cose, devi ascoltare quello che hanno da dirti gli strumenti, che si presentano stringendo la mano. “Buongiorno sono una chitarra elettrica e oggi distorco così, il pezzo suonerà come dico io". E' una sorta di animismo che manca nell' era dei software, in quanto più correlato ad una sorta di rapporto diretto pensiero/dati, uomo/macchina. Nel nostro caso è lo spirito individuale dello strumento a palesarsi. Poi tutto si costruisce secondo una logica che è quella dell' assenza di... paura. Perché magari uno si blocca, dice "ma che cazzo sto a fa’?” Eppure è proprio quando quel dubbio si insinua che le cose stanno funzionando. Il punto interrogativo come il grande dito illustrato in copertina, che dice no ma nello stesso tempo indica la via. Non mi ricordo: a chi era venuta l' idea del ditone? E perché proprio un ditone? Forse va in culo ai puristi delle sette note?

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MM: L'idea è venuta a Enrico Infydel D'Elia e a Simone Tso, che insieme a Giandomenico Carpentieri hanno realizzato l'artwork dell'album, interpretando con rara maestria le impronunciabili indicazioni che abbiamo fornito loro. Confermo che il dito dice no e indica la via. Indica la luna e la nasconde. Rovesci la copertina e anziché al cielo, le dita puntano a terra. Ciò che sta in basso, sta anche in alto.
NIENTE E' VERO, TUTTO E' PERMESSO. E infatti ci siamo permessi di registrare brani che oggi assumono significati e pesi diversi rispetto a quando li abbiamo registrati, anche se in effetti da quando li abbiamo incisi non è che sia passato così tanto tempo. Penso a "Una risata mi/ci/vi seppellirà", a "Cinese in Ferrari" ma anche a "Fa molto caldo" e paradossalmente mi rendo conto che oggi “The Greatest Nots” è ancor più d'attualità che solo un anno fa.

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SDT: E’ vero: la gente che si diverte coi video macabri, la paranoia del coronavirus, il surriscaldamento globale in atto… e chi ci pensava? L’unica cosa a cui pensavamo era fare un disco che fosse pop ma sperimentale, in cui il linguaggio si formava autonomamente mano mano che registravamo. Mi sa che allora questo è uno di quei dischi che poi quando li risenti dici: ma che, c’era un’ antenna piazzata da qualche parte e i segnali sono finiti nei solchi? Probabile. D’altronde come dicevano i Kraftwerk: “I’m the Antenna catching vibration / you’re the transmitter, give information”. E poi ci siete voi, cari ascoltatori, che acquistando il disco avrete una vera e propria “scatola nera” di questo aereo che vola a cazzo di cane chiamato mondo, nel quale noi (citando il gatefold): “veniamodalontanoandiamolontanoedacosìlontanononciavvicineremomai!”

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Tracklist e credits:

LATO ABC
Arrota
Cinese in Ferrari
Il maestro siamo noi
Una risata mi ci vi seppellirà

LATO XYZ
Fa molto caldo
Savonex
Prati al contrario ( My mobile loves)
Arrota Altrove

Drums in Prati al Contrario: Simone Pulvano
Groove Box programming in Arròta
e Fa Molto Caldo, drum loop in Una Risata mi/ci/vi Seppellirà: Marco De Tommasi

Recorded in Gnagnotech Studio, Rome
Sound Engineering: Marco De Tommasi
Cover Art: Enrico Infidel D’Elia e Simone Tso
Graphic design: Giandomenico Carpentieri

Executive Production: Roberto Giannotti        

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          

 

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