NEWS   |   Italia / 05/05/2005

Morgan e il 'suo' De André: 'Ho fatto un remake perché questa musica è di tutti'

Morgan e il 'suo' De André: 'Ho fatto un remake perché questa musica è di tutti'
Si apre in musica, come al cinema, la stagione dei remake? Se lo augura Marco Castoldi, in arte Morgan, che un rifacimento in piena regola ha realizzato nei confronti di “Non al denaro non all’amore né al cielo”, disco culto con cui nel 1971 Fabrizio De André rese libero omaggio all’ “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters e che nella sua personale (ma non tropppo) rivisitazione esce nei negozi domani, 6 maggio. “Con i film si fa regolarmente, nella musica classica pure. Perché non farlo anche con le canzoni? Io con questo disco ci sono cresciuto, in casa si ascoltava l’LP comprato da mio padre e io me ne sono innamorato quando avevo quindici anni. Rifarlo in studio e per intero, con il massimo rispetto e fedeltà all’originale, era un mio sogno segreto. Dori Ghezzi, nel propormelo, è come se mi avesse letto nell’anima”. Lei, che fa da padrona di casa all’incontro con i giornalisti organizzato giovedi (5 maggio) presso la sede della Fondazione De André a Milano, spiega: “Sentivo l’esigenza di tenere in vita questo disco, all’inizio avevo pensato a un’opera teatrale. Poi ho visto Morgan suonare dal vivo alcune di quelle canzoni a Roma e mi sono convinta che sarebbe stato bello farne anche un disco nuovo. Gli ho lasciato carta bianca, gli ho anche suggerito di pescare dall’opera di Masters altri versi, altri epitaffi. Ma poi lui ha scelto di fare diversamente e il risultato mi ha entusiasmato: i pezzi che preferisco sono gli stessi che amavo nell’interpretazione di Fabrizio, ‘Dormono sulla collina’, ‘Un ottico’, ‘Un malato di cuore’”. “Volevo in qualche modo cristallizzare quel che De André aveva fatto, trattando il suo disco come credo si debba fare con un’opera d’arte musicale”, riprende Morgan. “Nessuno si sognerebbe di chiedere a un direttore d’orchestra di stravolgere un’opera o una sinfonia. E’ stato faticoso, perché neppure Nicola Piovani sapeva che fine avessero fatto le partiture originali. Così quel che ne è venuto fuori è stato in parte condizionato dal mio orecchio, dai miei ricordi d’epoca”. Lo riconosceranno, i fan di Morgan? “Chi mi conosce bene, credo di sì. La canzone-personaggio è sempre stata nelle mie corde, dagli inizi: nel primo disco dei Bluvertigo c’era ‘L’eretico’, nel secondo ‘L’eremita’, nel terzo ‘Lo psicopatico’, e anche ‘The baby’, in ‘Canzoni dell’appartamento’ apparteneva a questa categoria. ‘L’ottico’, con tutti quei cambi di atmosfera, quei salti ritmici e quel gusto psichedelico, assomiglia molto allo stile dei Bluvertigo, secondo me. E questo lavoro mi ha aiutato molto nell’imparare come scrivere una minisuite, mi verrà utile anche in futuro. Rispetto all’originale di De André ho aggiunto, mai tolto: lui stesso lo aveva fatto nei confronti dell’opera di Masters. Come un restauratore ho cercato di riportare alla luce parti di un quadro che sembravano sbiadite, ho aggiunto immagini e metafore, ripreso temi e linee melodiche ma sempre partendo dalla fonte, amplificato gli elementi di musica barocca aggiungendo Bach e Pachelbel e estendendo le citazioni da Vivaldi. Ho aggiunto in coda una ripresa del tema iniziale proprio per sottolineare il senso di ciclicità dell’opera: che è anche della vita e della morte, temi centrali del disco”.
In un’intervista che De André rilasciò a Fernanda Pivano, prima traduttrice dell’ “antologia” nel 1941, ai tempi dell'uscita del suo disco Fabrizio confessava di aver trovato molti elementi autobiografici in quei personaggi. E’ successo anche a Morgan? “Certamente. Come Fabrizio e Masters stesso, credo, mi identifico nel suonatore Jones e nel matto, le uniche figure risolte e soddisfatte del disco. Uno è il musicista e l’altro è il poeta, coloro che vivono secondo la loro volontà e a cui tocca il compito di narrare i personaggi e le storie. Segui il tuo demone e sarai felice, è il messaggio. Ma in certi momenti della vita le circostanze mi hanno anche portato a identificarmi con il giudice, il nano invidioso e cattivo. Sarà per la mia statura”. Che c’è di moderno? “Certo il concept album è desueto, in un’epoca di frammentazione come questa. Ma come nella Divina Commedia e in Omero, i personaggi di Spoon River, i temi umani e sociali che introducono sono attualissimi: per questo spero che il disco venga ascoltato soprattuto da chi ha orecchie vergini e non conosce l’originale”.
In qualche circostanza, soprattutto in “Un blasfemo” e “Un malato di cuore”, nell’interpretazione di Morgan sembra di scorgere un filo di emozione e di partecipazione emotiva in più, rispetto a quella di De André: “Se così è, è un mio limite e me ne dispiaccio. Non volevo far passare la mia emozione, per questo ho tanto ammirato lo stile di De André: terso e asciutto come quello di un reporter o un narratore che espone i fatti nudi e crudi”. Interviene Dori: “Forse questo è successo perché all’epoca Fabrizio non si vedeva ancora come un cantante, non aveva preso coscienza della bellezza della sua voce. Altrimenti, chissà, avrebbe interpretato diversamente anche lui”.
Una cosa è chiara: questo non è un disco di cover. “Cover era ‘Non arrossire’, che ho registrato avendo davanti solo il testo e uno spartito da piano bar, senza conoscere l’originale e come omaggio al coautore Alessandro Pennati che è di Monza come me. Quando ho sentito la versione di Gaber ho provato imbarazzo, perché la mia non c’entrava niente. ‘Cover’ vuol dire coprire. Se vogliamo giocare con le parole, questo è piuttosto un disc-cover, un disco che scopre, che dissotterra, che scoperchia: come si fa con le tombe che popolano la collina di ‘Spoon river’.
L’artista monzese lo vede come un “work in progress”, il suo lavoro su questo De André d’annata. Ci sarà un versione da teatro-concerto, in giro per l’Italia da inizio luglio con Morgan attorniato dalle sue “sagome”-musicisti (“e sarebbe bello che Dori salisse sul palco. Lo eseguiremo come un concept, 40 minuti filati in sequenza, come i Pink Floyd di ‘The wall’). Ma il vulcanico Castoldi sta lavorando anche a una ritraduzione dall’italiano all’inglese, basata sull’originale di Masters come sugli adattamenti di De André: passo successivo di quello che lui chiama “traghettazione dell’opera” da un luogo e da un tempo all’altro. “Alcuni pezzi dal vivo li canterò in versione bilingue…Poi spero che il processo continui, passando magari il testimone a qualcun altro. Questo disco per me è patrimonio comune, pubblico dominio. E' musica di tutti, non un'opera aristocratica. Per questo mi sono sentito nel pieno diritto di fare quel che ho fatto: ora sto pensando di mettere a disposizione sul sito dei loop sviluppati a partire dal tema del disco, una specie di ipertesto musicale a disposizione di tutti. Mi piacerebbe farlo ascoltare anche all’estero, questo disco, ma con la scarsissima competitività internazionale della discografia italiana sarà difficile. Eppure, secondo me, il potenziale ci sarebbe; c’è quell’aroma da colonna sonora cinematografica all’italiana, nelle musiche di Piovani, che lo renderebbe immediatamente riconoscibile e apprezzabile come opera di qualità. Per me questo è il suo miglior lavoro in assoluto, più de ‘La vita è bella’. Qualche amico, ascoltandolo, mi ha detto che gli ricorda le colonne sonore di Dario Argento...".
E dopo De André, che succederà? “Con questo disco penso di chiudere la mia trilogia dell’invecchiamento precoce. Tornerò di nuovo giovane, lo prometto, a meno che Dori e la fondazione mi ripropongano di ricreare anche ‘Tutti morimmo a stento’, che era l’altra mia possibile scelta iniziale. Che farò in futuro non lo so ancora, sicuramente qualcosa che per me rappresenti una sfida anche dal punto di vista tecnico. Sto pensando di realizzare una grande scatola musicale, una specie di installazione in cui la musica registrata sia solo uno degli elementi. Mi piacerebbe lavorarci con i Bluvertigo, a patto che siano in grado di costruirsi da soli gli strumenti musicali che in quella scatola dovrebbero essere contenuti. Li ho incontrati dopo tanto tempo a Capodanno e gliene ho parlato. Mi hanno guardato perplessi”.
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