Anteprima Rockol:
la recensione di 'Don't believe the truth' degli Oasis

Anteprima Rockol:la recensione di 'Don't believe the truth' degli Oasis
Ci sono band per le quali fare un disco diventa una sorta di dramma collettivo, a cui partecipano tutti gli interessati possibili: i musicisti, ovviamente, ma anche i media, l’industria, il pubblico. Gli Oasis, per esempio: “Don’t believe the truth” arriva a tre anni di distanza da “Heathen chemistry”, dopo che la band 1) è stata coinvolta in diverse polemiche 2) ha licenziato il vecchio batterista, Alan White, sostituendolo con il figlio di Ringo Starr, Zak Starkey 3) ha scartato le prime sessioni del disco, fatte con i Death in Vegas, reincidendo tutto da capo. C’è materiale per tenere allegre le testate musicali inglesi, e per tenere sulla corda l’industria e il pubblico degli Oasis, che è sempre numeroso (e infatti la data milanese dell’Alcatraz è andata esaurita in 3 ore).
Perché gli Oasis sono la quintessenza del rock ‘n’ roll: incazzosi, arroganti, anche un po’ antipatici, ma terribilmente bravi. Noel ha detto che questo disco è il migliore della band da “Definitely maybe”. Tipica affermazione da “sborone” inglese, ma non è tanto lontana dalla verità: perché le vere rockstar fanno rumore mediatico, ma poi quando suonano fanno stare tutti zitti; così, basta un ascolto di “Don’t believe the truth”, e si rimane basiti da quanto diavolo sono (ancora) bravi questi qua. Bravi a scrivere canzoni che, certo, sanno di Beatles (e ora hanno pure del sangue di famiglia, con la presenza di Starkey) e anche un po’ di Stones (il singolo “Lyla”, attacca come “Street fighting man”) e di Velvet Underground (il beat di “Mucky fingers” ricorda “I’m waiting for the man”). Certo, Liam fa ancora “gneo-gneo”, come mi ha fatto notare una disincantata fan: la sua voce è talmente particolare, con quello strascicare tonalità alte e basse, che rischia di essere a volte un po’ fastidisosa. Però, la vera macchina da guerra qua in mezzo è Noel; sentite la progressione di “Keep the dream alive” o dell'iniziale "Turn up the sun": l’intreccio tra chitarre acustiche (abbondantemente presenti in tutto il disco) e elettriche è da brivido. E la magia di questi impasti chitarristici si ripete in tutto il disco. Noel sembra avere imparato la lezione del suo gruppo preferito, gli svedesi “Soundtrack of our lives”, che proprio su queste strutture hanno costruito canzoni mirabili. Gli Oasis hanno in più (o in meno, fate voi) una tendenza all’epicità e al prendersi sul serio che i giocosi SOOL si sognano. Però “Don’t believe the truth” è un disco che fila via che è un piacere; rispetto al pur buono “Heaten chemistry” ha anche canzoni memorabili, che rischiano di diventare dei classici, come il già citato singolo, e la ballatona cantata a due voci da Noel e Liam “Let there be love”.
Insomma, “Don’t believe the truth” è un ottimo disco. Se vi siete dimenticati perché si parla così tanto di loro, o se pensate che si parli così tanto di loro perché fanno le rockstar, qua c’è musica a sufficienza per farvi cambiare idea.

TRACKLIST:
"Turn up the sun"
"Mucky fingers"
"Lyla"
"Love like a bomb"
"The importance of being idle"
"The meaning of soul"
"Guess God thinks I'm Abel"
"Part of the queue"
"Keep the dream alive"
"A bell will ring"
"Let there be love".
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