Fiumani: “Paradiso? Non mi interessa, come quasi tutta la nuova musica italiana”

L’artista fiorentino, che a maggio compirà sessant’anni, continua il suo tour di successo, ma giura: “Non voglio morire sul palco, preferisco un luogo più silenzioso”. L'intervista.

Fiumani: “Paradiso? Non mi interessa, come quasi tutta la nuova musica italiana”

“Quello che non ti uccide, ti rende più strano”, ghignava Heath Ledger con la faccia pitturata da Joker. Federico Fiumani, “strano”, in realtà, lo è sempre stato: nella sua autenticità, nel dire sempre quello che pensa e nell’aver seguito un percorso “coerente” (anche se l’aggettivo non gli piace) in primis con quello che è lui. Fra post su Facebook, che sono a tutti gli effetti degli aforismi spesso divertentissimi, e concerti sempre strapieni di fan, come se non fossero passati quarant’anni dai suoi esordi, il rocker fiorentino, sopravvissuto a tre generazioni, vive un’altra giovinezza.


È un’ennesima rinascita?
Non era scontato. Dopo cinque anni di silenzio, sono tornato con un disco, “L’abisso”, che paradossalmente ho scritto in un mese e mezzo, in modo veloce. Funziona così da sempre: quando ho l’ispirazione, quando ho il giusto movimento interiore e mi disintossico da tutta la nebbia mentale che mi circonda, le canzoni arrivano. Al contrario non riesco a produrre nulla. “L’abisso” è un album fortunato e questo non può che farmi piacere.

La musica è ancora al centro della tua vita?
No e questo, forse, è uno dei segreti della longevità dei Diaframma. Quando sei giovane pensi alla musica sempre e comunque, tutto il giorno. Scrivi canzoni e i soldi che hai li investi per fare quello. Fino ai 30 anni ho sempre ragionato così. Poi è cambiato qualche cosa, ho iniziato a riempire la vita anche di altro, a nutrirmi non solo di musica. Questo mi ha completamente liberato da quella dipendenza, andando oltre ragioni di marketing e necessità che adesso non sento più come primarie.

Che cosa è rimasto?
Il fare musica per dire qualche cosa e divertirsi, non per il “doverla” fare. Finché mi divertirò salirò sul palco.

Sogni di morirci sopra da rockstar?
No, vorrei morire in un posto più intimo e silenzioso.

L’età è un limite per fare musica dal vivo?
Mi stai dando del vecchietto?

No, però quest’anno sono comunque sessant’anni.
Se paragonato all’età dei Rolling Stones sono un giovane. Loro sono dei miracolati, soprattutto se si pensa allo stile di vita che hanno avuto. Il rock ormai è musica per vecchi, almeno così dicono.

E perché allora ai tuoi concerti ci sono anche ragazzi giovani?
È innegabile che i Diaframma siano percepiti come una sorta di band culto, ma non mi sento un ultimo samurai o un paladino del “mondo indipendente”. Ringrazio chi mi definisce così, ma credo semplicemente di aver preso una strada e di averla seguita con tenacia. Più delle canzoni, quello che mi inorgoglisce del percorso, è il non essermi mai arreso. Ci sono stati periodi bui, penso agli anni ’90, in cui avrei potuto mollare tutto, invece piano piano mi sono rimesso sempre in discussione.

La tua scrittura?
L’approccio è esattamente lo stesso di tanti anni fa, ma sono meno poetico rispetto al passato. “Siberia”, l’album più famoso che ho realizzato, è nato sull’onda di uno scrivere più alto. Nella Firenze degli anni ’80 c’era fermento, voglia di spiccare rispetto a band rivali come i Litfiba e i Neon, questo ha innalzato il livello di tutta la musica. Oggi sono più diretto.

Come vedi Piero Pelù a Sanremo?
Benissimo. Essendo diventato un uomo di spettacolo credo che il Festival di Sanremo sia il posto perfetto per lui.

Seguirai il Festival?
No, come sempre.

Cosa ne pensi del “caso Junior Cally”?
Che non si possono mettere paletti alla musica. Ma penso anche che Sanremo sia un festival “istituzionale”, su una rete pubblica. Certi artisti non sono adatti per quei contesti.

La scena rock di oggi ti interessa?
Mi piacciono i Baustelle, ma di certo non possono essere definiti “una nuova band”.

Il rap e la trap?
Non li ascolto, ma sono incuriosito da chi ha successo e i rapper lo hanno.

Ho scoperto i Thegiornalisti grazie a te. Me ne parlasti nel 2012.
Sì, mi ricordo. I primi Thegiornalisti erano interessanti. Dicevo a tutti di ascoltarli perché secondo me Tommaso Paradiso è sempre stato molto bravo nella scrittura di canzoni. Nonostante sia decisamente cambiato direi che lo è ancora oggi, anche sei i suoi brani adesso non mi interessano più, come la maggior parte della nuova musica italiana.

(Claudio Cabona) 

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