Lucio Battisti, il primo album canzone per canzone: “Per una lira”

“Lucio Battisti”, il primo album della discografia del cantautore di Poggio Bustone, uscì il 5 marzo del 1969. Lo ripercorriamo canzone per canzone.

Lucio Battisti, il primo album canzone per canzone: “Per una lira”

Più o meno in contemporanea col 45 giri de I Ribelli che presentava sul lato B “Ehi... voi!” (autori Gianni Dall'Aglio, Mariano Detto e Don Backy), il 23 luglio 1966 uscirono due pezzi già editi, “Per una lira” / “Dolce di giorno”, a comporre il primo 45 giri dell’era Battisti-Mogol. Fu una specie di contentino, perché la Ricordi non credeva assolutamente in Battisti cantante: nessuna promozione, solo mille copie stampate, vendute un po’ più della metà. In copertina, neppure il volto del cantante, allora d’obbligo, e invece una foto di Lucio di spalle che cammina abbracciato a una ragazza, dandole un bacetto. Sullo sfondo, un’enorme moneta da una lira, che compariva già nella copertina del 45 giri dei Ribelli. La copertina non era del tutto fuori luogo, però, perché coglieva una delle maggiori fonti di ispirazione di Battisti e Mogol all’epoca, citando la foto che illustra “The Freewheelin’ Bob Dylan”, anno domini 1963. Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik ha raccontato che “Battisti si era innamorato delle canzoni di Dylan, si era comprato tutti i suoi dischi e si faceva vedere poco in giro”, tanto ne era preso. Mogol, poi, era diventato il traduttore (o meglio, l’adattatore) ufficiale italiano di Dylan: se già l’anno prima aveva trasformato “Mr. Tambourine Man” in “Mister Tamburino” per i Minstrels e “All I Really Want to Do” in “Ciò che voglio” per Roby Matano, in quel ‘66 toccò a “Like A Rolling Stone” diventare “Come una pietra che rotola” per Gianni Pettenati e “Blowin’ In The Wind” fu “La risposta” prima per i Kings e poi per Luigi Tenco (inedita fino al ‘72). Ancora nel 1968 da “The Mighty Quinn” si ebbe “L’esquimese” dei Dik Dik, prodotto proprio da Battisti. E quella rombante chitarrona a 12 corde che apre “Per una lira” (e che si ascolta solo nella versione originale, non in quella registrata per l’album del ‘69, introdotta da un hammond in omaggio alla nuova passione soul di Lucio, con esito inferiore all’originale) si rifà dritta dritta al sound dei primi Byrds, che di Dylan furono i grandi traghettatori nel mondo beat, ma con in più una botta di energia che veniva dagli Animals, l’altra passionaccia di Lucio all’epoca.

Il testo, poi, così ingenuo e minimale visto con gli occhi dell’oggi, era in realtà un bomba, nell’anno in cui Sanremo l’aveva vinto “Dio come ti amo” di Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti e invece “Il ragazzo della via Gluck” era stata bocciata alla prima serata. Mogol disegna un ragazzo deluso nei suoi ideali e nell’amore: visto che oramai nulla vale niente

Per una lira io vendo tutti i sogni miei

per una lira ci metto sopra pure lei

E sarebbe tutto qui, visto che il resto del testo estremizza quest’idea (“se ho chiesto troppo / tu dammi pure la metà” e “per una lira / io so che lei non dice no”), ma in fondo non aggiunge altro. Eppure nel ‘66 dire che nulla valeva la pena era ancora una roba forte, una dichiarazione di alterità all’esistente, tanto alla tradizione e alle istituzioni, quanto a chi storicamente ad esse si contrapponeva (la sinistra rossa, che allora monopolizzava il dissenso occidentale). Eppure, in maniera molto beat - e molto beat italiana – alla fine tutto poteva rientrare:

È un affare sai

basta ricordare

di non amare

Come dire “Già, ma chi ce la fa?” e risolvere quindi tutto in un colpo di testa che in realtà cerca un dialogo col mondo. Volendo, c’è già in nuce la situazione di “Io ti venderei”, di dieci anni più tarda. Ma il tono generale qui è quello di una protesta generazionale, non quello di una riflessione sul rapporto d’amore.

Renzo Stefanel

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Il testo è tratto, per gentile concessione dell’autore, dal libro “Ma c’è qualcosa che non scordo”. In vendita qui e qui, è stato il primo studio che ha preso in esame tutti i testi che Mogol ha scritto per le canzoni composte da Lucio Battisti. Rispetto a quella del 2007, questa nuova edizione è riveduta, corretta e ampliata. Riveduta e corretta in base alle nuove affermazioni dello stesso Mogol: sono state prese in esame quelle della Mogol Edition del 2010 dei tredici album composti insieme, più quelle del 1971-72 alla trasmissione di Radio Rai “Per voi giovani”, condotta da Paolo Giaccio. Ampliata perché, rispetto alla precedente, ci sono 32 brani in più: quelli affidati da Mogol e Battisti ad altri interpreti, dai Dik Dik alla Formula 3, da Mina a Patty Pravo, da Bruno Lauzi ad Adriano Pappalardo, più tutti gli altri. “Ma c’è qualcosa che non scordo” diventa così l’unico testo a racchiudere l’analisi di tutta la produzione di Mogol per Battisti.

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