Artist First e i minibond: 'Una holding musicale oggi è attraente per il mondo della finanza'

Claudio Ferrante ha spiegato a Rockol il senso dell'operazione annunciata all'inizio di dicembre e che un giorno potrebbe condurre alla quotazione: 'L'interesse è per il progetto imprenditoriale. Non vogliamo assomigliare a una multinazionale, perché...'

Artist First e i minibond: 'Una holding musicale oggi è attraente per il mondo della finanza'

Solo dieci anni fa l'industria musicale, sulla mappa di fondi d'investimento e venture capital, corrispondeva più o meno al Triangolo delle Bermude su quella dei navigatori transoceanici dell'Ottocento. Tuttavia, come ha confermato anche il più recente report pubblicato da IFPI, lo streaming ha trasformato la discografia – e, più in generale, il comparto musica – da un settore in affanno a uno ad alto potenziale di crescita pronto ad attrarre capitali.

I minibond che A1 Entertainment s.p.a., società fondata e diretta da Claudio Ferrante nel 2009 conosciuta con il marchio Artist First, emetterà a partire da gennaio 2020 – quattro tranche da 500mila euro l'una – sono certamente figli di questo clima, ma, visti dalla prospettiva di Ferrante, sono solo una parte di un disegno a più ampio respiro volto alla creazione di un'entità inedita sul panorama musicale italiano. Perché se da un lato è vero che l'ideale suggello tecnico dell'intera operazione potrebbe essere lo sbarco di Artist First a Piazza Affari, dall'altro è ovvio che l'inserimento nel nuovo segmento obbligazionario dedicato alle Pmi sia solo il primo tratto di un disegno - ci ha spiegato lo stesso Ferrante - che va ben oltre la finanza...

 

Quale sarà l'ultimo step di questa operazione prima della quotazione sui mercati azionari?

Occorrerà attendere di avere un gruppo di società che presidino tutto il business musicale: l'idea che ho è quella di creare una holding che includa tutti gli attori della filiera. L'operazione è nata da un'intuizione del nostro advisor Fabio Arpe, che più di un anno fa ci ha contattato per farci sapere come il mondo della finanza fosse stanco di aziende fondate su terzisti o provenienti da un indotto. Aveva letto di noi e voleva conoscerci: ci ha spiegato che era colpito per come il settore musicale fosse sempre più affidabile, dal punto di vista finanziario. Questo perché, grazie allo streaming, i flussi di ascolto sono diventati prevedibili: vent'anni fa l'industria musicale era soggetta a molte più oscillazioni, segnate essenzialmente dalle grandi uscite, che da sole potevano condizionare l'andamento annuale di un'azienda. La finanza, oggi, vuole stabilità e continuità nei ricavi, aspetti che il nostro settore finalmente sta iniziando a garantire.

 

Il progetto di dare vita a una holding ha fatto la differenza agli occhi dei vostri advisor e dei partner?

Il mondo dell'industria musicale va codificato: dobbiamo sempre spiegare chi fa cosa, a chi ci osserva da fuori. Sicuramente il nostro progetto è risultato molto attraente, perché siamo la prima società a tentare questa via, in Italia. Il nostro modello non sono le multinazionali: l'obbiettivo è quello di diversificare il processo coinvolgendo artisti che non si legherebbero a una multinazionale. Per esempio, con 432 [srl della quale A1 Entertainment ha recentemente acquisito il 33% delle quote] stiamo seguendo Francesco Gabbani, Tricarico, Pierdavide Carone, Irama e Le Vibrazioni.

 

Il modello, in sostanza, è quello dei celebri "Bowie Bonds" emessi nel 1997 e centrati sulle revenue del suo catalogo pre-1990...

Esatto, è la stessa cosa. Sono i ricavi ricorrenti a fare la differenza, in operazioni di questo tipo.

 

Qual è, allo stato attuale delle cose, la road map che vi porterà allo sbarco in borsa?

Per il momento preferisco vedere cosa succede. A me interessa più il progetto imprenditoriale che dire "ci quoteremo". Sono giovane, e sicuramente guiderò questa azienda per almeno altri dieci anni. Intorno a noi c'è sempre stato molto interesse, e negli ultimi otto anni ho detto delle cose sulle major che si sono poi rivelate vere. Oggi come oggi, tuttavia, la partita non si gioca più tra major e indipendenti, perché le indie label sono molto più agili nelle operazioni di diversificazione. Sul mercato voglio avere un ruolo da imprenditore, non da discografico, distributore o altro...

 

Come è nata la collaborazione con Charlie Rapino [storico talent scout in passato già al lavoro con artisti di rilievo internazionale come Take That, Kylie Minogue e Primal Scream]?

Due anni fa aveva il progetto di far fare a Young Signorino il salto internazionale, ed entrammo in contratto, anche se allora lui non era sotto contratto con noi. Charlie aveva trovato un canale in UK per una campagna di promozione importante, offrendogli un contratto da 250mila sterline, che però lui rifiutò. Peccato, credo non abbia compreso fino in fondo questa proposta. In ogni caso questa vicenda la dice lunga su come il gusto italiano all'estero non sia lo stesso che percepiamo noi: "Mmh ha ha ha" fu bollata come trash, ma Charlie capì che si trattava di un'intuizione straodinaria. Comunque sia abbiamo aperto un ufficio a Mayfair, a Londra, che è una base indispensabile per tenere i rapporti con gli interlocutori britannici e americani. Al momento abbiamo fatto una partnership con il management di Dardust per fare diventare Dario Faini [questo il nome all'anagrafe del producer ascolano] il primo artista italiano a diventare una priorità discografica sul panorama europeo.
 

Quali sono i settori che state monitorando con più attenzione in vista di future acquisizioni?

Sicuramente quelli che ancora non stiamo presidiando direttamente: per il momento abbiamo un accordo di partnership con Urban Vision, che opera nel settore della cartellonistica, ma in futuro ci piacerebbe entrare anche nel settore del digital e del social marketing, magari con una realtà che opera per conto di grandi brand. Sarebbe un passaggio importante nel nostro processo di crescita e diversificazione.

 

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