DJ Ringo a ruota libera: ‘Il rock italiano? Si è fermato tanti anni fa’

Il direttore creativo di Virgin Radio a tutto campo – e senza freni - su trap (‘una schifezza’), talent (‘la rovina’) e cosa non va nella musica italiana: ‘E’ colpa del sistema del quale anch’io faccio parte…’
DJ Ringo a ruota libera: ‘Il rock italiano? Si è fermato tanti anni fa’

La sua paura più grande è che la superficialità imperante sui social diventi la cifra anche del mondo delle chitarre elettriche e degli amplificatori: Dj Ringo, voce storica di RockFM approdato – dopo i passaggi da RTL 102.5 e Radio 105 – alla direzione di Virgin Radio, sullo stato di salute del rock ha le idee chiare. E se da un lato ammette di non avere soluzioni in tasca, dall’altro ha pochi dubbi quando indica dove andare a parare per provare a ridare vita a un panorama “dominato dall’immagine”, ma che – musicalmente – da offrire ha poco o niente. Dice di non sentirsi né un guru né tantomeno un giudice, ma quando gli si chiede un parere non si fa pregare. Dopo due ore di diretta, qualche giorno fa Ringo ha accolto Rockol nel suo ufficio, zeppo di cimeli, dischi e tanto altro. Ma dove molte cose non entrano. A cominciare da…

 

Qualche giorno fa, mentre eri in trasmissione, stavi commentando le top searches di Google Italia del 2019. Tra 'flat tax', 'cuneo fiscale' e 'no deal' ti sei soffermato su "Jambo bwana", dicendo che non sapevi cosa fosse. Stavi scherzando?

No, giuro, non lo sapevo. E' una canzone tipo "hakuna matata" o qualcosa del genere...

 

Più o meno: "Jambo", di Takagi & Ketra con Giusy Ferreri, è stata un tormentone estivo. A questo punto hai il dovere civile di spiegare a tutti come si sfugge a un tormentone estivo...

Non scherzo, non l'avevo mai sentita in vita mia: datemi pure dell'antico. Tu l'avevi sentita?

 

Sì, nei bar, nelle sale d'aspetto, praticamente ovunque. Per questo mi domandavo come avessi fatto tu a sfuggirle...

Non fraintendetemi: io quasi non ascolto la mia, di radio. Non sto attento alla televisione. Tutti noi ci creiamo una dimensione, che è la nostra vita, la nostra quotidianità. Io, automaticamente, mi creo il mio cosmo, e nel mio cosmo non rientra ascoltare questo tipo di musica e il tipo di trasmissioni che la passano. Non sto attaccando le trasmissioni che non guardo: non le guardo perché non mi piacciono. Non sono di quelli che comprano il biglietto per il concerto dell'artista che non gli piace per andare a tirargli i sassi: anzi, odio chi fa così. Questo tormentone m'era sfuggito: tra l'altro sono andato su YouTube dopo la diretta a cercarlo, e proprio non mi piace. Mi sembra una tamarrata da film di Bud Spencer e Terence Hill degli anni Settanta tipo "Piedone lo sbirro". Però fuori dal mio c'è un altro mondo, con gente che ha dei gusti, e i gusti vanno rispettati, sempre.

 

Volevo farti vedere questa tabella estratta dall'ultimo rapporto annuale IFPI: riguarda i generi musicali più ascoltati nel mondo e in Italia suddivisi per fasce di età. Come vedi, il rock se la cava molto meno male di quanto si possa pensare...

E' una cosa che mi fa felice. Vedo che quella schifezza di trap è ultima: meno male. Mi spiace che il cantautorato sia così basso, perché ne ho sempre avuto molto rispetto, anche se 49% non è una percentuale poi così bassa. Per i concerti rock la gente inizia a comprare i biglietti e a prenotare gli alberghi otto mesi prima. Ci sono eventi hanno affluenze di 70/80mila persone. Questi dati, quindi, hanno un senso: non mi sembra che concerti trap o eventi rap possano fare questi numeri. Il problema sono i social e le televisioni, che ci danno dei precisi modelli di ascolto e visibilità, altrimenti non potremmo spiegarci come certi influencer che non capiscono nulla di niente abbiamo tre milioni di follower. Cosa offrono, gli influencer? Quello è un mondo che non guardo. Perché io mi sento come una galassia. Vedo questi pianeti di altre galassie che mi girano attorno, magari più grandi della mia: io li guardo, ne prendo atto. Ma quando attaccano il mio, di pianeta, dico fermi tutti, perché le cose non stanno così. E questi dati lo dimostrano.

 

Parlando di attacchi al tuo pianeta, quello del rock, non trovi che quelli più efficaci - il più delle volte - siano figli di una specie di "fuoco amico"? Pensa a quello che hanno dichiarato Roger Daltrey e Pete Townshend...

Ne ho parlato, con Townshend, della sua dichiarazione sulla perdita di rilevanza della chitarra. Lui parlava per sé, e più in generale del rock inglese: mi ha detto che ora si sente più libero, che usa molto di più le tastiere e l'elettronica - che del resto usava già allora, basti pensare alla intro di "Baba O'Riley". Non lo si può accusare di essersi buttato sull'elettronica per ragioni di moda...

 

Ma credi che abbia ragione, sulla perdita di rilevanza del rock chitarristico? C'è ancora margine per evolversi, musicalmente, con le sei corde?

Sì, c'è. Parlando da ascoltatore, io mi sono sempre sentito più portato verso la chitarra: uno dei miei rimpianti più grandi è quello di non aver mai imparato a suonarla. La chitarra, per me, è il simbolo della musica, non solo del rock. Ecco, adesso chi leggerà l'intervista dirà: no, è il pianoforte. E' il Conservatorio...

 

Ma, come diceva Frank Zappa, chi fa musica classica va al Conservatorio, chi fa rock'n'roll...

... va nei garage. La chitarra è un'icona, un simbolo. E' come la moto, mi dà una scarica di adrenalina che mi fa sentire giovane. Sono oggetti imprescindibili: come si fa a fare musica, anche pop, senza la chitarra? Ma oggi mancano le band, probabilmente ha ragione Townshend. Oggi non ci sono più eroi come Clapton, di quelli capace di imprimere a un sound la propria impronta, gente come BB King, Pat Metheny, David Gilmour, che riesci a riconoscere al primo colpo di plettro. Artisti così non li troveremo più. Oggi i giovani che fanno rock sono più preoccupati di essere fighi, di avere il pezzo figo. Ci sono band come Editors, Muse o Placebo, che fanno grande musica, ma delle quali nessuno si ricorda il nome del chitarrista. Bellamy e Molko passano presso il grande pubblico come frontman, non come chitarristi. Per la gente i Byrds sono i Byrds, non quelli che usavano le Rickenbacker a dodici corde. Adesso la gente guarda il prodotto finale, e basta. E succede anche con gli artisti del passato...

 

In pratica il dominio dell'immagine, anche sulle figure storiche?

Certo. La gente vuole la star, il tizio che ha fatto la storia o che fa immagine. Se si parla di contemporanei, basta quello che fa il coglione su Instagram. Se invece di parla di figure del passato, ci si limita all'immagine. Tipo "ah, beh, John Lennon, sì, un grande. Quello di 'Imagine' sposato con Yoko Ono al quale hanno sparato. Quando sono stato a New York ho fatto una foto sulla sua panchina a Central Park". Ma come chitarrista nessuno ha interesse ad approfondirlo.

 

Tornando al presente, cosa ricorderemo del rock del 2019? Non dico tra vent'anni, ma anche solo tra due o tre... C'è qualcosa che ti ha colpito?

Colpito in particolare no. Lungi da me il parlare da guru o da giudice: sono ruoli che non mi sono mai piaciuti...

 

Quindi non ti vedremo mai sul bancone di X Factor...

No. Spero che finisca presto, perché è abominevole...

 

Questa edizione è già finita...

Meno male. Credo che X Factor sia una di quelle cosa che ha rovinato la musica in Italia, anche se a me dell'Italia non me ne frega niente. Sento tutti lamentarsi dei "mali della musica italiana": ma non rompete i coglioni, se fate questi cazzo di reality convincendo i ragazzi che invece che studiare uno strumento sia meglio rifarsi le tette, avere un bel taglio di capelli, un'immagine "forte" e cantare le canzoni sulle basi del karaoke cosa vi aspettate? Non sto dicendo che i talent debbano essere proibiti, ma ci vuole coerenza. I ragazzi cresciuti negli ultimi dieci anni sono cresciuti con l'obbiettivo di sfondare con X Factor, lavorando su una o due canzoni da proporre, senza imparare a comporre, a scrivere i testi, senza approfondire lo studio dello strumento, che adesso serve giusto per accompagnarsi. Adesso tutti vogliono fare i frontman, quelli "davanti". E' questo il problema: io la penso così. E che si incazzino pure, a Sky, che tanto non me ne frega un cazzo...

 

Restando in Italia, in un'intervista uscita la scorsa estate dicevi che la musica italiana, a parte Bennato, non ti interessa. Proprio non ce la facciamo, noi italiani, a fare rock?

Il rock italiano per quello che mi riguarda si è fermato a tanti anni fa. Si è fermato a Bennato, a Ivan Graziani. Da ragazzino adoravo la Formula 3, la PFM e il Banco del Mutuo Soccorso, perché mi davano emozioni pur non essendo il mio genere. Non li capivo fino in fondo, ma li rispettavo. Il prog della PFM lo adoravo, anche se sapevo che non ero fatto per quello, perché io sono nato punk rocker e morirò punk rocker. Da ragazzino, via Elvis e via Beatles stavo aspettando il punk. Ho viaggiato per il glam di Marc Bolan, poi la scintilla è arrivata nel '77 con il primo vinile dei Ramones. E lì finalmente ho trovato la velocità che cercavo...

 

Era questione di bpm, quindi...

Cazzo, avevo un bisogno sfrenato di bpm, che non mi arrivavano. Ecco perché ho spaziato fino a trovarli. Avevo grande rispetto per De André, per De Gregori, artisti molto bravi che però non erano la mia cosa. Parlando di cantautori, io ero più per Ivan Graziani. Lui mi dava emozioni particolari: con la chitarra ci sapeva fare, i suoi testi mi piacevano, da "Arrivano i lupi" alla lentezza di "Lugano addio". Ma ad assorbirmi è stato il punk: io a tredici anni ascoltavo gli Stooges. A cosa dovevo pensare quando mettevo su i dischi degli italiani?

 

Era anche una questione di atteggiamento...

Rock'n'roll is an attitude...

 

Appunto perché is an attitude, come mai gli artisti americani e inglesi hanno molta meno paura di esporsi, rispetto alla stragrande maggioranza dei nostri? Non parlo solo di politica, ma anche di temi prettamente musicali...

Torniamo al discorso di prima, quello sui talent. Quelli che dieci anni fa avevano dieci anni adesso ne hanno venti: bisogna chiedersi come siano cresciuti, in questi dieci anni. Oggi è più importante avere la foto giusta su Instagram: ho visto gente che suona la chitarra e che è andata ad affittarsi una Rickenbacker solo per farsi una foto. Non sono nessuno per dire niente: i poser, poi, ci sono sempre stati. Ma almeno i poser degli anni Settanta, quelli del punk e della new wave, rispetto a questi erano dei fenomeni.

 

Quindi, tornando al discorso sugli artisti italiani...

Gente come Celentano e Battisti mi dava emozioni: i gruppi italiani di adesso che cazzo di emozioni ti danno? C'è gente che va a Sanremo, canta una canzone, e campa di serate per un anno. Non sono tanto gli artisti, quanto i meccanismi della musica italiana, che non sopporto. Le lobby. Così la musica italiana non crescerà mai...

 

Quali sono, queste lobby? La discografia? L'informazione?

Certo. Ne faccio parte anch'io, che lavoro in una radio. Da parte mia, preferisco lanciare dei sedicenni americani come i Greta Van Fleet...

 

Quindi, nonostante tutto, c'è vita là fuori?

Assolutamente. Qualche anno fa abbiamo lanciato Jake Bugg. Due anni fa mi è arrivato un pezzo di questi sedicenni americani, i Greta Van Fleet, appunto. L'ho ascoltato e mi sono detto: 'Però. Questi mangiano Led Zeppelin a colazione. Fighi. 'Ma suonano loro?', chiesi ai discografici. 'Sì'. Bene! Abbiamo lanciato Fantastic Negrito, un figo che mischia il blues, il punk e il grunge. Poi è chiaro che in palinsesto abbiamo anche Slash, Myles Kennedy, e i Puddle of Mudd... Quando ci ha acquisito Mediaset e ci ha detto che dall'airplay potevamo togliere gli italiani, per me è stata un'esplosione di gioia.

 

I concerti sono il settore trainante, dal punto di vista industriale, del rock di oggi. Ma andare ai concerti oggi non sta diventando troppo difficile, rispetto a qualche anno fa? Non mi riferisco al biglietto nominale, ma alle suddivisioni in settori, ai servizi accessori, ai vip pack e tutto il resto...

Sono le nuove leggi del business, non le ho inventate io. Da un lato rovinano il settore, certo. Prendiamo la SuperBike, che un'evoluzione del genere l'ha pagata a caro prezzo. Era un campionato più da "guerrieri", da gente col giubbotto di pelle che ascolta rock, rispetto alla MotoGP, più da fighetti: quando la biglietteria della SuperBike ha introdotto certe innovazioni il pubblico si è rivoltato. Per quando riguarda il nostro, di settore: quest'anno a Firenze Rock il primo headliner a occupare una data è stato Vasco Rossi. Ma da parte di molti nostri ascoltatori è stato un massacro. Il discorso che hanno fatto è: cosa vuole uno così dai nostri festival? Vasco Rossi non è percepito come uno da festival rock...

 

Nemmeno Ed Sheeran, che pure è stato l'headliner di una serata dello scorso anno a Firenze Rocks, lo è...

Sì, l'ho visto, a Firenze, e devo dire che l'ho trovato un grandissimo artista. Bravissimo. Non lo conoscevo, mi sono messo lì ad ascoltarlo... Dopo mezz'ora ho mollato il colpo e sono andato a mangiare una pizza, però dopo averlo visto per un po' mi sono detto: beh, questo ragazzo è bravo. Certo, avrebbe potuto portarsi una band...

 

Sì, il tour di "Divide" l'ha fatto da solo, con acustica e loop station...

Vabbé, però - cazzo - il biglietto costava 90 euro. A me fa girare le palle pure Eddie Vedder quando sale sul palco da solo con la bottiglia di vino, e ti fa due ore così, col banjo e l'ukulele. Al Desert Trip, nel 2016, di fronte a un set del genere di Bob Dylan me ne sono andato a mangiare per tornare poi a vedere i Rolling Stones, perché dopo mezz'ora di canzoni che non riuscivo nemmeno a riconoscere non ne potevo più...

 

Il Desert Trip è l'esempio perfetto riguardo l'evoluzione commerciale dei grandi eventi live...

E' il business, nessuno può farci nulla. Ovvio, non lo nascondo: ci sono delle cose che non mi piacciono, in questa tendenza. Mi piacerebbe vedere tutti felici, tutti nel pit: vorrei un pit unico per tutti, perché non è giusto che i pit costino così tanto. A Firenze ho visto Ozzy Osbourne ricevere gruppi di trenta ragazzi con il manager per i meet & greet: gente che aveva pagato duemila o tremila euro a biglietto per potersi fare la foto con lui. Se calcolate 100 gruppi da 30 persone in un'ora, a duemila euro l'uno, viene fuori una cifra sufficiente per comprarsi un jet privato. Lui, però, può risponderti: sono Ozzy Osbourne, me lo sono meritato. Mi è concesso dire che non ha tutti i torti? Piuttosto, mi viene da ridere quando il vip package, ai concerti, lo fanno gli ultimi arrivati italiani, che ti presentano il road manager... Le band italiane devono smetterla di mandare i demo alle radio. Mi scrivono e mi dicono: "ti mandiamo il nostro road manager a portarti il nostro CD". Ma invece di spendere 2000 euro per il fotografo professionista, la stampa del CD, lo stipendio del road manager, non potreste scrivere meglio le canzoni, che cantate in inglese maccheronico e che suonate male con la chitarra? Quei soldi non potreste investirli in un viaggio a Londra per imparare l'inglese, per prendere lezioni di strumento, e in generale migliorarvi in quello che vorreste fosse il vostro lavoro? La mia è una domanda, non voglio fare polemica...

 

Qual è il luogo comune rock che ti infastidisce di più?

Adesso non mi capita più, ma una volta era quello dei drogati, l'immaginetta dei rockettari brutti, sporchi e cattivi. Oggi a darmi fastidio è la frivolezza. E, in Italia, il rock è piccolo davanti a questo enorme macigno di superficialità. E' questo a farmi paura: non mi pare ci sia interesse nell'approfondire il rock...

 

In sostanza, hai paura che anche il rock diventi solo apparenza, e che venga fagocitato da questo sistema?

Sì. E' questo a farmi paura...

 

Secondo te sta già succedendo?

C'è il rischio che succeda. Ti faccio l'esempio di me con mia figlia. Quando era piccola le dicevo: quello lì è un drogato del cazzo, stai attenta, non fare così sennò m'incazzo. Non buttare via la tua vita per una pasticca. Però lei mi rispondeva: "papà, ma ieri tu mi hai fatto leggere la storia di John Belushi". Io pensavo: "Cazzo, mi sono tirato la zappa sui piedi...". Io a mia figlia ho voluto far capire perché era un figo John Belushi, non fare l'apologia dei suoi eccessi. E' stata una cosa molto faticosa. Le ho detto che una cazzata fatta trent'anni fa non deve essere ripetuta oggi: dell'artista bisogna prendere solo la parte buona, quella creativa, e non quella autodistruttiva. Io penso a mia figlia come agli ascoltatori giovani: credo di avere un dovere, se devo spiegare o consigliare, devo essere in grado - quando do il consiglio - di rendere questo consiglio un qualcosa di motivabile e tangibile.

 

La sensibilità del pubblico rock è cambiata: come sarebbe accolto oggi un episodio come quello del "mud shark" dei Led Zeppelin, che passò agli annali come aneddoto spicciolo buono giusto per farsi quattro risate?

E ne hanno fatte di peggio, anche in tempi più recenti. Pensate alle voci che giravano su Marilyn Manson, o ai Guns N' Roses, che fecero percepire royalties a Charles Manson facendo la cover di una sua canzone ["Look at Your Game, Girl", in "The Spaghetti Incident?", 1993]. E' un assassino efferato, ha fatto cose che nemmeno al più depravato sceneggiatore di film horror sarebbero venute in mente: non si può cantare una sua canzone. Sono tutte cose vere, per carità. Ma sono anche cose successe tanti anni fa, e - usando un linguaggio giuridico - è tutto caduto in prescrizione. E' stato proprio Marilyn Manson, una volta, a suggerirmi questa scappatoia...

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