I Pink Floyd secondo Nick Mason: 'Il momento più bello? Fare pace con Waters'

I Pink Floyd secondo Nick Mason: 'Il momento più bello? Fare pace con Waters'
Alla fatidica domanda che gli avranno già posto in mille, Nick Mason svicola paziente e con aplomb elegante: “I Pink Floyd di nuovo insieme? E’ davvero troppo presto per parlarne. Tutto è possibile, ma al momento non c’è nulla di programmato. Se fossi un fan, così come stanno le cose i biglietti per un concerto non li comprerei ancora… So che Rick Wright, come me, ha avuto modo di incontrare Roger dopo un suo show. Ma Waters e Gilmour non si sono ancora visti”. L’ex batterista della leggendaria band inglese, look casual-elegante e modi signorili speziati di squisito humour britannico, corrisponde alla perfezione all’immagine che uno si costruisce in testa dopo aver letto il suo gustosissimo “Inside Out. La prima autobiografia dei Pink Floyd”, il volume tradotto in Italia da Rizzoli (359 pagine, al prezzo di 49 euro) che è anche il motivo della sua visita promozionale nel nostro paese. Un uomo sereno e compassato, una anti-star di 61 anni ben portati che per il suo aspetto assolutamente ordinario fece meravigliare Luca Cordero di Montezemolo quando se lo trovò davanti, anni fa, per concordare l’acquisto di una delle sue amatissime Ferrari. “Cuoco” al servizio dei diversi “capitani” che si sono succeduti alla tolda di comando del vascello Floyd, come scrive lui stesso nel poscritto al suo libro di memorie, Mason ha vissuto tutto in prima persona ma sempre un passo indietro rispetto ai leader “morali” della band, prima Syd Barrett poi Roger Waters e infine David Gilmour. Tanto modesto e cosciente dell’influenza che Waters, in particolare, ha esercitato sulla sua esistenza da dedicare all’amico di adolescenza le primissime parole del libro. “Il motivo è che Roger è stato una figura fondamentale nella mia vita come nella storia della band. E questa non è la mia biografia ma una storia del gruppo: non volevo elencare fatti e date con precisione, mi interessava confezionare un racconto piacevole da leggere e che dicesse qualcosa sulle relazioni interne al gruppo, sui rapporti e le dinamiche tra le quattro persone – cinque, anzi – che ne hanno fatto parte. Sarebbe stato diverso, l’avessero scritto gli altri? Certamente. Wright per esempio avrebbe sicuramente raccontato in altro modo le sedute di incisione di ‘The wall’ (che provocarono la sua estromissione dal gruppo da parte dello stesso Waters). In generale ho riscontrato unanimità di vedute sulla prima parte della storia, gli anni ’60 e i primi ’70 fino a ‘Dark side of the moon’; poi le opinioni su certi fatti cominciavano a divergere. Ma nessuno, quando ha avuto in mano in anticipo il manoscritto, ha avuto molto da ridire. Gilmour mi ha fatto notare che nella prima stesura non mettevo abbastanza in risalto il contributo di Rick, Waters mi ha chiesto di evidenziare il ruolo dell’ingegnere del suono Nick Griffiths nella registrazione del coro dei bambini di ‘Another brick in the wall’. Poco altro”.
Al rock&roll (se così lo vogliamo chiamare) dei Pink Floyd fa difetto, nel racconto di Mason, il classico contorno di sesso & droga. E lo stile dell’ex batterista spicca per understatement, quando si tratta di analizzare i risultati artistici e commerciali, pur straordinari, conseguiti dal gruppo. “Non eravamo mica i Led Zeppelin! Non voglio dire che non ci siamo divertiti, ma avventure sessuali e droghe, a parte le esperienze di Syd, non sono mai state una parte importante della storia e delle nostre vite. Per questo non ho ritenuto opportuno dar loro spazio. La vita on the road ha avuto i suoi effetti comunque: tutti quanti ci abbiamo rimesso un matrimonio”. C’è grande attenzione ai dettagli tecnici e alle minuzie quotidiane, nelle pagine del libro… “Era uno degli obiettivi che mi prefiggevo quando mi sono messo a scrivere: dimostrare il duro lavoro che sta dietro ad ogni disco, ad ogni concerto: gli sforzi finanziari, i problemi tecnici da risolvere, i viaggi e gli spostamenti… Molto, di quel che succede nel rock&roll, ha a che fare con l’impegno quotidiano piuttosto che con i colpi di genio. Poi capita di trovare la nota perfetta che fa scoccare la scintilla: come quella di ‘Echoes’, per esempio. O come ‘Dark side of the moon’: dopo un disco così siamo entrati in crisi, avevamo raggiunto un obiettivo e non riuscivamo a immaginare un seguito possibile. Quell’unità di intenti si è ripetuta per ‘The wall’. Ma anche, più recentemente, per ‘The division bell’: ‘High hopes’ è una delle mie cinque canzoni preferite nella produzione del gruppo”.
Già, la magia dei Pink Floyd: qualcuno ai tempi disse che, probabilmente, era il risultato di forze aliene…. “E invece è semplicemente l’immaginazione e la fantasia umana, a far succedere queste cose. Nei momenti migliori, la nostra musica aveva una qualità particolare, astratta e molto romantica. I primi pezzi di Syd avevano qualcosa di mistico, così distante dalle rivisitazioni blues e r&b che imperavano allora. Quando ha cominciato ad essere dipendente dalle droghe non sapevamo come comportarci. La nostra colpa maggiore, a ripensarci oggi, è stata quella di negare il problema finché abbiamo potuto”. La storia raccontata da Mason è piena di nomi, persone, facce: è la famiglia allargata dei Floyd, composta da uno stuolo di disegnatori (il celebre studio Hipgnosis di Storm Thorgerson), maghi delle luci, stage designer, produttori, ingegneri del suono. “Una famiglia squilibrata”, la definisce il batterista, “che però riusciva stranamente a funzionare. E’ una specialità inglese, quella: a cominciare dalla famiglia reale”. In questi mesi i ricordi della vita nei Pink Floyd hanno riempito, giocoforza, le giornate di Mason. E’ sempre stato così? “Ogni volta che andavamo in studio, su un palco o passavamo del tempo insieme mi sentivo pienamente parte della band. Ma poi, tornando a casa, diventavo un’altra persona. E’ un po’ come essere Superman e tornare a vestire i panni di Clark Kent, nella vita reale. E poi con l’età, con la maturità, hai altre cose di cui occuparti. Un figlio mica puoi affidarlo alle cure di un road manager! I Pink Floyd restano nei miei pensieri, ma non condizionano la mia esistenza attuale”. Il momento più bello? “Difficile sceglierne uno solo. Ma per me salire sul palco con Roger a Wembley, tre anni fa, è stato più emozionante che suonare davanti a 90 mila persone al Soldier Field di Chicago, nel 1977. Quell’episodio mi ha fornito lo spunto migliore per chiudere il libro: la storia di un gruppo di persone che crescono insieme, litigano e tornano ad essere amici”.

A breve Rockol pubblicherà il resoconto integrale dell’intervista con Nick Mason.
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