Concerti a impatto zero (o quasi): a cosa siamo disposti a rinunciare per l'ecosostenibilità?

La provocazione dei Coldplay pone delle domande alle quali artisti, organizzatori e pubblico devono dare una risposta: perché per rendere i live davvero ecocompatibili le abitudini di tutti dovrebbero cambiare radicalmente. Ma siamo davvero pronti?
Concerti a impatto zero (o quasi): a cosa siamo disposti a rinunciare per l'ecosostenibilità?

Bene hanno fatto, i Coldplay, a sollevare - di nuovo, perché l'avevano già fatto i Radiohead in tempi non sospetti, nel 2008, cioè in epoca pre-Thunberg - il tema dell'ecosostenibilità dei grandi tour mondiali. E bene hanno fatto i Massive Attack a raccogliere la sfida annunciando, per la prossima estate a Liverpool, un evento "completamente ecocompatibile": peccato solo che Robert Del Naja e i suoi abbiano omesso di spiegarci come abbatteranno le emissioni di anidride carbonica, iscrivendo il loro progetto alla lista delle buone intenzioni più che a quella delle soluzioni al problema musical-ambientale.

La storia del rock ci dice che una via alla sostenibilità dei tour, tutto sommato, l'avesse già aperta Chuck Berry negli anni Sessanta, quando il padre nobile del rock'n'roll chiedeva ai promoter delle sue date produzioni totalmente locali, riservandosi di viaggiare da solo, con la sua chitarra, senza band, tecnici, backline, impianti, scenografie ed entourage. La voce di "Roll Over Beethoven" non aveva una coscienza green, ma era un discreto amministratore di sé stesso: abbattendo i costi di produzione, sapeva di poter contare su margini di utile personali più ampi rispetto a quelli che una tournée canonica gli avrebbe riservato. Non era la movimentazione di cose e persone, a preoccuparlo, ma il costo dell'impegno logistico e - soprattutto - chi l'avrebbe sostenuto. Quelli, però, erano altri tempi.

Dagli anni Settanta in poi i concerti sono diventati show sempre più grandi e sempre più sofisticati: se lo sforzo produttivo del primo megaraduno live della storia - Woodstock, nel 1969 - fu concentrato essenzialmente sull'impianto audio, progettato ad hoc per l'occasione dal tecnico del suono Bill Hanley, già da metà gli anni Ottanta i Pink Floyd iniziarono ad alzare l'asticella nella concezione e realizzazione delle scenografie progettando light show mai visti prima, inaugurando una tendenza che avrebbe portato gli U2, nemmeno una decina d'anni dopo, a sfoggiare schermi grandi come campi da calcetto sul palco del loro Zoo TV Tour, trasportati in giro per il mondo da 52 bilici, uniti in carovana ai 12 autobus (e a un aereo privato) necessari alla movimentazione delle 180 persone di staff necessarie all'allestimento dello show.

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Questo è solo uno dei problemi che ci si trova ad affrontare in materia di sostenibilità della musica dal vivo. Pensare di abbattere le emissioni riducendo al minimo lo staff e l'attrezzatura di un tour, rinunciando alle megaproduzioni e appoggiandosi solo a fornitori locali (e quindi a chilometri zero) non è irreale. Ma il pubblico di oggi, abituato ormai da una quarantina d'anni a un'escalation di visual ed effetti speciali sui palchi, sarebbe disposto ad affrontare una descrescita - felice o meno che sia - scenografica in nome dell'ecosostenibilità?

La logica del mega-evento ha imposto, ovviamente, produzioni proporzionate all'afflusso di pubblico. Un concerto tenuto per 50/60mila spettatori non può contare su una produzione spartana, e non per la grandeur di chi lo organizza: una platea così vasta deve necessariamente mettere in condizione tutto il pubblico, anche quello lontano dal pit, di assistere dignitosamente allo spettacolo. La domanda da porsi, tuttavia, potrebbe essere un'altra: il megaevento è proprio necessario?

Le grandi star internazionali sono state le prime a concedersi bagni di folla oceanici, per ovvie ragioni pratiche: dovendo soddisfare una richiesta del pubblico diffusa a livello globale, gli impresari hanno trovato più efficiente e vantaggioso concentrare in località strategiche le adunate dei fan, con lo scopo di massimizzare il rientro economico per rendere sostenibile (economicamente, non ecologicamente) un itinerario che includa almeno un paio di continenti.

Da qualche anno a questa parte, tuttavia, il megaraduno è diventato appannaggio anche degli artisti di casa nostra. Che, eccezion fatta per una manciata di nomi, non hanno impegni dal vivo oltre i patrii confini, e che potrebbero benissimo, quindi, "spacchettare" la propria offerta dal vivo in più eventi ridotti a livello di afflusso ma meglio distribuiti sul territorio. In questo modo lo show non sarebbe più a chilometri zero, ma - almeno - il pubblico sì. E una quarantina di persone da spostare, tra tecnici, artisti e staff, inquinerebbe sempre meno di trentamila pendolari del live costretti a raggiungere da tutta Italia il luogo del megaraduno.

La musica è prima di tutto una passione, e chi sta sul palco - nemmeno troppo sorprendentemente - quasi sempre la pensa come chi sta sotto: vedere un concerto in uno stadio come "un coronamento della propria carriera" è il ragionamento speculare a quello del fan che partecipando al megaraduno è convinto (anche a ragione, per carità) di assistere a qualcosa di unico e irripetibile. Con la differenza che chi sta sopra, il concerto allo stadio, può sempre vantarlo nel proprio curriculum professionale come una prova di raggiunto status, con tutto ciò che ne consegue. Chi sta sotto, nella migliore ipotesi, può inserirlo nel novero dei propri ricordi migliori, con l'eventuale contorno di selfie da esibire sui social. Con buona pace dell'ecosostenibilità...

(davide poliani)

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