Vasco Rossi, la storia di “Vita spericolata”

La Carosello Records compie 60 anni e racconta la sua storia attraverso le canzoni nel libro "60X60 valore alla musica”: ecco un estratto, la storia di uno dei brani simbolo del catalogo dell'etichetta.
Vasco Rossi, la storia di “Vita spericolata”

Il 28 gennaio 1959 veniva fondata CEMED – Carosello Edizioni Musicali e Discografiche: sarebbe diventata una delle etichette discografiche più importanti della storia della musica italiana, con artisti come Mina, Modugno, Gaber, Vasco Rossi, Toto Cutugno, Astor Piazzolla, Ivan Graziani o, per rimanere a tempi più recenti, TheGiornalisti, Levante, Coez, Diodato.
Per l’occasione è stato pubblicato un volume, “60X60 Carosello Records – Valore alla Musica” (disponibile qua), curato da Andrea Laffranchi per la parte storica e da Federico Pucci per le schede di 60 canzoni che ne hanno segnato il percorso. Per gentile concessione di Carosello Records, in queste settimane Rockol Pubblica alcune delle storie di queste canzoni, scritte da Federico Pucci. 

Il vero appuntamento con la storia della cultura popolare italiana Vasco l’avrebbe avuto un anno dopo il suo debutto al Festival di Sanremo, sul medesimo palcoscenico. Tra i successi discografici e la sbocciata attenzione mediatica, nel 1982 il fenomeno era finalmente esploso sul serio: lo si può misurare lungo le date del tour che da aprile a novembre lo terrà impegnato continuamente, portandolo finalmente su tutto il territorio nazionale. In quei mesi arrivano i primi piccoli stadi di provincia (tra cui, il 14 agosto, anche quello della sua Zocca), le telecamere della Rai e tutte le attenzioni che avrebbero alimentato quel mito dell’animale da palcoscenico che i più attenti avevano cominciato a conoscere da un paio di stagioni grazie ai suoi concerti con la Steve Rogers Band. A quel punto, le opportunità di crescita artistica e commerciale sembravano definitivamente a portata di mano.

Ma Vasco, contro l’opinione di alcuni dei suoi collaboratori, vuole tentar nuovamente la carta del Festival: non si tratta tanto di migliorare il risultato dell’anno precedente, quanto di presentare al pubblico più vasto possibile un pezzo che – lo sapeva bene – avrebbe cambiato la sua carriera. Vita spericolata nasce dalla musica: Tullio Ferro, che aveva già composto Splendida giornata e La noia, presenta a Vasco una progressione armonica e una melodia di quelle infallibili; a lui resta solo il compito di trovare le parole, compito tutt’altro che banale. L’illuminazione – racconta il diretto interessato – arriva dopo mesi di elaborazione e tentativi, quando nell’agosto del 1982 si trova in tour in Sardegna: a Cagliari, mentre osserva la scena desolata di un campo sportivo bagnato dalla pioggia, riflette sulla direzione della sua vita, sullo sfondo di un decennio che sempre di più celebrava l’ansia di essere realizzati, di sfuggire al piattume esistenziale.

Nella sua testa si agitano anche i pensieri di Friedrich Nietzsche sulla necessità di “vivere pericolosamente”: il motto del filosofo tedesco (sintetizzato dall’adagio “costruite case sul Vesuvio”) non era una pubblicità per le scelte incoscienti quanto un’esortazione esplicita a liberarsi delle consolazioni e delle scuse che derivano dalla paura di commettere sbagli nell’inseguimento dei propri sogni. L’esito è un nuovo manifesto generazionale, tanto più profondo quanto più tiene insieme il desiderio e la disperazione, come i testi di Bruce Springsteen che in quegli anni – rivela alla stampa – è diventato uno dei suoi nuovi idoli. Il “male di vivere” della provincia lascia spazio a un umor nero più universale: tutti quanti, non solo i veri e propri emarginati, sognano qualcosa di più. Questa è la chiave per la fortuna popolare (e almeno in parte populista) di Vasco: non più solo invitare gli ascoltatori nel proprio mondo, ma farglielo crollare addosso senza via di scampo. Per dare vita a quelle parole serve solo una performance degna, e per il trentenne emiliano che un tempo sognava di calcare le assi del “teatro off” Sanremo è di nuovo il palco ideale.

Quella del 1983 è una delle edizioni più adatte a illustrare quei casi in cui una canzone che fallisce in riviera può poi trovarsi a dominare nel mercato discografico: L’italiano di Toto Cutugno è forse il caso più eclatante, ma a questo club esclusivo delle seconde chance vanno invitati anche Vacanze romane dei Matia Bazar e soprattutto Vita spericolata di Vasco Rossi, che si classifica al penultimo posto. Il cantante si presenta quasi barcollando, con le mani in tasca, talvolta appendendosi all’asta del microfono come se stesse per crollare, cosa che in parte succede quando nella seconda serata se ne va dal palco inciampando. Naturalmente c’è chi di nuovo parla dei suoi stravizi, ma lo stesso Vasco, che non si faceva problemi a confessare le sue abitudini, ci ha sempre tenuto a sottolineare che quella fosse solo una messa in scena: per quanto la sua condotta non si discosti da quella della voce di Vita spericolata, il cantante-attore ha bisogno di mettere bene in evidenza quel carattere da sballato, strafatto, disperato. Era, dopotutto, lo stesso bozzetto che la stampa aveva tratteggiato per lui, il ruolo che gli si voleva a tutti i costi attribuire.

E mentre qualcuno aspetta solo il tragico epilogo o quantomeno un imbarazzante scivolone, Vasco eleva ancora il livello del discorso. “Quando scrivo di disperati o di ultimi io non emetto sentenze, racconto la realtà che mi circonda – spiega il cantautore nel comunicato che Carosello dirama prima di quella seconda calata sanremese – La droga è come la peste antica: non uccide i deboli di corpo ma i deboli di spirito. Io sono ancora sano perché mi sono inventato una guerra, un mestiere. Quello del rock.” Dal 1977 al 1982, riporta uno studio pubblicato dal “British Journal of Addiction”, il numero di consumatori di oppiacei in Italia era passato da ventottomila a novantaduemila: l’eroina aveva bruciato una generazione. Vasco, che non condivideva quell’abitudine ma comprendeva bene le debolezze che instilla la dipendenza, stava solo riflettendo sul disagio di un Paese che si professava benestante e ignorava gli ultimi. Quella canzone, però, non celebrava un desiderio di morire, ma una necessità di vivere appieno, senza ipocrisie, a tutti i costi. Certo, la sua esposizione aveva bisogno di immagini vivide e pop (Steve McQueen, il Roxy Bar di Fred Buscaglione), ma non per questo mancava di autenticità. Lo stesso comunicato del 1983 pronunciava in modo inequivocabile una verità che tutti accettiamo su artisti come Vasco Rossi: “fa incazzare o emozionare. Non ammette vie di mezzo”. Dopo il Festival, però, sempre più persone si schierano dalla parte dell’emozione, per lo stupore di alcuni critici. Gli stessi che, trent’anni dopo Vita spericolata, rinunciano a cercare di capire il successo dell’hip hop italiano, preferendo piuttosto stigmatizzare le abitudini dei rapper. L’ultimo della leva dei cantautori, come qualcuno ancora lo presentava, era di fatto già il primo di una nuova scuola. 


 
 

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