Toto Cutugno, la storia di “L'Italiano"

La Carosello Records compie 60 anni e racconta la sua storia attraverso le canzoni nel libro "60X60 valore alla musica”: ecco un estratto, la storia di uno dei brani simbolo del catalogo dell'etichetta.

Toto Cutugno, la storia di “L'Italiano"

Il 28 gennaio 1959 veniva fondata CEMED – Carosello Edizioni Musicali e Discografiche: sarebbe diventata una delle etichette discografiche più importanti della storia della musica italiana, con artisti come Mina, Modugno, Gaber, Vasco Rossi, Toto Cutugno, Astor Piazzolla, Ivan Graziani o, per rimanere a tempi più recenti, TheGiornalisti, Levante, Coez, Diodato.
Per l’occasione è stato pubblicato un volume, “60X60 Carosello Records – Valore alla Musica” (disponibile qua), curato da Andrea Laffranchi per la parte storica e da Federico Pucci per le schede di 60 canzoni che ne hanno segnato il percorso. Per gentile concessione di Carosello Records, in questi giorni Rockol pubblica alcune delle storie di queste canzoni, scritte da Federico Pucci. 

Con Solo noi Toto Cutugno aveva ufficialmente raggiunto la celebrità in Italia, almeno entro i limiti che una vittoria al Festival di Sanremo consentiva di immaginare. Ma il 1980 sarebbe stato cruciale nella sua carriera anche peraltre ragioni: in estate, la sua composizione Olympic Games scritta per Miguel Bosé vince il Festivalbar; a novembre vince con Francesca non sa anche il titolo di migliore canzone al World Popular Song Festival di Tokyo. Intanto, gira il mondo in tour, ed è durante una di queste tappe che prende forma il suo successo definitivo. L’italiano non nasce, come qualcuno crede, dopo la vittoria della Nazionale ai Mondiali di Spagna nel 1982, ma molto prima. Toto era a Toronto con la sua band: a un certo punto, durante il concerto, chiede che vengano accese le luci del teatro. Davanti si ritrova tremilacinquecento italiani, o italo-canadesi: del resto, la provincia dell’Ontario è una delle più grosse sacche di immigrazione dallo Stivale verso il Nord America, e tra gli anni Settanta e gli Ottanta un orgoglio tricolore si risveglia in tutto il continente.

Quella vista lo colpisce, sa di volerla esprimere in una canzone. A cena con i musicisti, dopo il concerto, sgorgano i primi accordi e la melodia dell’inciso: l’intuito gli dice che il brano è una bomba, e allora telefona a Cristiano “Popi” Minellono. Con lui Toto non solo aveva scritto Solo noi, ma tra le altre anche tutte le canzoni dell’ultimo 33 giri di Adriano Celentano, Un po’ artista un po’ no. Ed è proprio a lui che pensano, una volta chiusa quella canzone che, dopo il titolo provvisorio Con quegli occhi di italiano, approda alla forma che tutti conosciamo. A questo punto della storia, Adriano Celentano si è affermato non solo come uno dei più importanti cantanti della storia della nostra musica leggera, ma anche come stella del cinema: ed è sul set del Bisbetico domato che Minellono e Cutugno propongono il brano al Molleggiato. Avrebbe dovuto cantare in chiusura del ritornello “Sono Adriano, un italiano vero”. Ma Celentano non è convinto: tutti sanno che è un italiano vero – sostiene– non c’è bisogno di ribadirlo. Un rifiuto leggendario: l’equivalente, per quanto riguarda il pop italiano, di quando le TLC rifiutarono Baby One More Time, e a sua volta anni dopo Britney Spears rifiutò Umbrella perché arrivasse nelle mani di Rihanna. Dopo aver tentato di farla cantare anche a Gigi Sabani con la voce di Celentano, il brano ritorna quindi ai legittimi proprietari, che la consegneranno alla storia come una delle canzoni italiane più ascoltate, acquistate, reinterpretate e ripubblicate nella storia.  

Dal 45 giri per jukebox astutamente abbinato da Carosello a Vita spericolata, passando per le ristampe russe, greche, francesi, svizzere, coreane, polacche, bulgare, olandesi, belghe, turche e così via, si contano centinaia e centinaia di uscite: un risultato che ha solo due precedenti, O’ sole mio e Nel blu dipinto di blu. E le ragioni sono evidenti: un inciso che invita al coro, con il giusto equilibrio tra varietà e omogeneità nel saliscendi delle note; immagini che rimandano immediatamente all’identità italiana, ma con qualche particolare contemporaneo (l’autoradio, il partigiano Sandro Pertini come Presidente della Repubblica). Che la canzone avesse i tratti dell’inno, lo si capiva benissimo: e infatti, quando Toto la presenta a Sanremo nel 1983, il concorso Totip viene vinto a mani basse grazie ai voti di una gente che vi si riconosce. La giuria, però, non condivide il giudizio popolare e manda alla vittoria l’altrimenti sconosciuta Tiziana Rivale. Un momento di riscatto arriverà trent’anni anni dopo, quando Fabio Fazio invita Toto e il Coro dell’Armata Rossa a cantare la canzone all’Ariston, prova tangibile e visibile della fama raggiunta dal cantante e dal suo pezzo in tutto il mondo. L’italiano è sinonimo di Italia non solo per i connazionali all’estero, ma anche per gli stranieri che l’hanno imparata, superando le barriere linguistiche. Alcune delle più sentite testimonianze di questo attaccamento globale vengono dalle pagine dello scrittore Paolo Nori, che in uno dei suoi molti viaggi in Russia ricorda di essersi emozionato ascoltando i versi di Minellono e Cutugno cantati a memoria dai suoi commensali. Una canzone che “se l’avesse scritta De Gregori...”, allude provocatoriamente Nori (Storia della Russia e dell’Italia. Romanzo storico epistolare, con Marco Raffaini), una canzone che dovrebbe sostituire l’Inno di Mameli, dice ancora l’autore: perché, al netto di ogni abbassamento ironico, gli spaghetti al dente e la malinconia rappresentano il popolo della Penisola più dell’elmo di Scipio. E invece, con lo stesso snobismo dei giurati sanremesi, con la stessa sufficienza di Celentano, teniamo sempre quelle note in un angolo buio della cultura nazionalpopolare. Ma L’italiano continua a girare per il mondo, nei dischi e in streaming, anziché sui transatlantici con le valigie di cartone. 

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