Omar Pedrini: “I Timoria sono stati fra i padri dell’indie rock”

Lunedì 2 dicembre sul palco del Fabrique di Milano il rocker, insieme a tanti ospiti, chiude il tour dedicato al disco “Viaggio senza vento”

Omar Pedrini: “I Timoria sono stati fra i padri dell’indie rock”

“È arrivato il momento di lasciarlo andare definitivamente”. Omar Pedrini sa che nella musica gli addii non sono mai del tutto reali, ma al tempo stesso, dopo quasi cinquanta concerti celebrativi, è consapevole di dover salutare “Viaggio senza vento”, pietra miliare dei Timoria uscita 26 anni fa, che ha vissuto una seconda età dell’oro. La ristampa dell’ottobre del 2018, entrata anche in classifica, ha permesso a un’intera generazione di avvicinarsi all’album, regalando nuovi brividi allo “zio rock”. Prima dei saluti, però, un’ultima grande festa: lunedì 2 dicembre sul palco del Fabrique di Milano, Pedrini sarà protagonista di un live che di fatto chiude il cerchio del tempo. Con lui, in uno show di musica, proiezioni e reading, ci saranno tanti ospiti: Eugenio Finardi, Mauro Pagani, Nicolai Lilin, Matteo Guarnaccia ed Ensi.

Omar, ti vedo emozionato.
Lo sono e non mi capitava da tempo. Quando abbiamo deciso di celebrare “Viaggio senza vento” con una ristampa e un tour, avevamo progettato due mesi di concerti, che invece sono diventati nove. Una cavalcata. Quello che davvero mi riempie il cuore è vedere l’affetto di tanti giovani che hanno scoperto il disco e se ne sono innamorati perché si rivedono nel protagonista del concept, Joe.

Che cosa li affascina secondo te?
Joe è una sorta di Siddharta, un ventenne emarginato e anche un po’ tossico che si trova a un bivio: buttarsi via o rinascere. Riscopre la spiritualità, viaggia in Oriente e ritrova la sua vera anima. Tanti giovani si ritrovano in queste canzoni scritte più di 25 anni fa perché lo spaesamento generazionale è da sempre una costante. Il disco è andato oltre il tempo, questa è la vittoria più grande.

Anche tu hai riscoperto la forza dell’album?
Proprio così. Negli anni ’90 non ero lucido. Mi esibivo sul palco e alla notte praticavo autolesionismo. Più oggi di allora ne capisco il valore. Fu disco d’oro, il primo del rock indipendente italiano. Dimostrammo che si poteva fare rock di qualità cantando nella nostra lingua. In quegli anni non eravamo soli: c’erano i Cccp, i Litfiba, i Diaframma. Aprimmo le porte a una generazione. Mauro Pagani, che con Fabrizio De André ha portato avanti delle rivoluzioni musicali, lo ha definito “un album coraggioso”.

Fu subito capito?
Dalle persone sì, dai discografici no. A quei tempi era semplice: volevi fare rock? Dovevi cantare in inglese. Noi ce ne siamo sbattuti e abbiamo avuto ragione. Siamo stati fra i padri dell’indie-rock, ce lo riconoscono in tanti.

Poi cosa è successo?
Gianni Maroccolo salutò i Litfiba e produsse noi. Fece lo stesso con i Marlene Kuntz. Uscivano band giganti come gli Afterhours, i Bluvertigo e quel decennio incredibile si chiuse con l’arrivo dei Subsonica e della svolta elettronica. Gli anni ’90 hanno sfornato band capaci di segnare questo Paese e non solo. Siamo stati chiamati a suonare perfino all’estero. Ci sembrava assurdo: eravamo partiti dalle cantine e dai localacci. Erano anni straordinari dalla creatività dilagante. Una volta mi trovavo insieme a Luciano Ligabue, ci passarono una cassettina: “sti ragazzi sono davvero bravi”, ci dicemmo dopo l’ascolto. Erano i Negrita.

Non hai paura di vivere di nostalgia?
No, gli ospiti che ho chiamato per il “concerto finale” lo dimostrano. Quello di cui vado più fiero è Ensi. Mi ricordo la folgorazione che ebbi con “Walk this way”, la versione dei Run-DMC insieme agli Aerosmith a fine anni ’80. Fino ad allora rocker e rapper si odiavano. Anni dopo decidemmo, su spinta del nostro bassista Illorca, di collaborare con i 99 Posse, unendo due generi distanti e due pezzi di Italia, il nostro nord con il loro sud. Fu uno sguardo verso il futuro. Lo stesso che provo a gettare adesso coinvolgendo un rapper duro e puro come Ensi.

Neanche un pizzico di malinconia?
Sul palco mai. Certo, se poi penso alla fine di questo tour e al dover salutare “Viaggio senza vento” un po’ mi sento il cuore in mano. Ma è anche vero che l’album ormai non è più mio, è di tutti.

(Claudio Cabona)

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