I 25 anni di “Ko de mondo”. Zamboni: “Eravamo uomini sulle rovine”

Il primo disco dei Csi viene ristampato. Il chitarrista Massimo Zamboni ricorda: “Ai confini dell’Europa abbiamo raccontato lo scontro eterno fra l’uomo e il mondo”

I 25 anni di “Ko de mondo”. Zamboni: “Eravamo uomini sulle rovine”

Estate del 1993. Maniero Le Prajou di Finistère, Bretagna. La musica avvolge le stanze della casa, le pareti tremano per tutto il giorno. Intorno, una natura silenziosa fa da contraltare alla martellante cronaca della sanguinosa guerra che sta flagellando l’Ex Jugoslavia. Proprio lì, ai confini dell’Europa, i Csi (Consorzio Suonatori Indipendenti) stanno lavorando a un disco capace di descrivere la fine di un mondo. Non è solo il conflitto di quegli anni, è il racconto di un assedio perenne che inizia con la nascita della vita sulla terra. Mistica dell’esistenza. Quei musicisti, in quel preciso momento, sono uomini in piedi sulle rovine, che camminano sulle ceneri dei CCCP, da cui sono nati. “C’eravamo fermati dal suonare, volevamo ascoltare su nastro quanto prodotto in quei giorni, era la prima volta che ci prendevamo una pausa – ricorda Massimo Zamboni, allora chitarrista della band – eravamo partiti dal basso di Gianni Maroccolo, sopra erano stati incastrati i suoni rarefatti di Francesco Magnelli. Quel ritmo era figlio di notti intere passate a provare e riprovare. Giovanni (Lindo Ferretti, ndr) aveva scritto un testo perfetto. Avevamo messo tutto insieme. Dopo l’ascolto rimanemmo in silenzio. Ricordo perfettamente il brivido che mi salì su per la schiena, ero consapevole di trovarmi davanti a qualche cosa che sarebbe rimasto, che non si sarebbe fermato lì, in quelle stanze. Quella canzone era “A tratti”. Erano nati, per davvero, i Csi”. 

“Ko de mondo”, il primo disco dei Csi, compie 25 anni e per festeggiarlo è prevista una ristampa. Una pietra miliare del rock italiano. Il titolo è un gioco di parole riferito a Codemondo, frazione del comune di Reggio Emilia il cui nome significa “capo del mondo”, ma indica anche il “Ko del mondo”, la fine di un’era. “È chiaro che l’album fosse frutto della situazione politica di quegli anni, che dentro ci fossero gli echi della guerra nell’Ex-Jugoslavia, feroce e ineluttabile – spiega Zamboni – ma non era solo questo. Basta riascoltare un pezzo come “Occidente” per capirlo. Noi eravamo dentro quei giorni, ma allo stesso tempo fuori, in un posto sperduto all’estremità del Vecchio Continente. I Csi non erano nati per muoversi contro un preciso bersaglio, quelle canzoni volevano toccare tempi più lunghi, andare oltre l’attualità. Partivamo dal conflitto millenario fra l’uomo e la realtà, ambivamo a raccontare quello scontro eterno. Non c’era un solo orizzonte. Per questo è un disco che respira anche oggi”.

“Del mondo”, “Memorie di una testa tagliata”, “In viaggio”, “Fuochi nella notte (di San Giovanni”) scorrono con la stessa attualità di quei giorni e la musica, tribale e mistica, sembra parlare ancora prima della parole: “Il nostro mondo è adesso debole e vecchio. Puzza il sangue versato, è infetto”. L’abbraccio fra suoni e testi rimane una delle caratteristiche principali del progetto. “Non cantavamo e non suonavamo più come a 18 anni, il muro di Berlino era crollato, i CCCP erano finiti, era arrivato il momento di chiedersi perché stavamo facendo musica – continua Zamboni – la risposta era nell’assunzione di responsabilità. Sapevamo che, scritte quelle canzoni, non saremmo più tornati indietro. Per questo anche la musica è densa di atmosfere. Furono quelle responsabilità a tenerci in piedi: eravamo persone molto diverse, se non ci fosse stata una fiamma di passione e consapevolezza non saremmo mai riusciti a sopportarci, né ci saremmo frequentati. Siamo stati un romanzo. Fuori dalle mode del momento. Quando poi nel 1998 andammo a suonare a Mostar, in Bosnia-Erzegovina, quella presa di coscienza non era più uguale per tutti. Poco dopo ci fu la fine dei Csi”.

E tutto è nato dal “niente”. “Giorgio Canali e Gianni Maroccolo ci dissero che conoscevano la Bretagna, così decidemmo di andare lì – conclude Zamboni – prima di partire ci eravamo detti che nessuno avrebbe dovuto portare musica e parole. Nessuno. Non sapevamo che cosa stavamo andando a fare, non avevamo nulla in mano. Passavamo le giornate a suonare, facevamo passeggiate in mezzo alla natura, andavamo a visitare Finistère. Nella nostra casa si era arrivati ad accogliere fino a 20 persone. C’era un via vai continuo di artisti e amici. Quel “chiudersi” a vivere e a lavorare si sarebbe ripetuto anche per la produzione dei dischi dopo. Su quella linea di confine, mentre l’Europa crollava, scrivevamo canzoni”.

Claudio Cabona

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