Taylor Swift, la polemica con l'ex etichetta e l'appello ai fan: cosa sappiamo finora

La battaglia intrapresa dalla star americana riguarda questioni legali, di immagine e (soprattutto) economiche, ed è più intricata di quanto appaia in realtà

Taylor Swift, la polemica con l'ex etichetta e l'appello ai fan: cosa sappiamo finora

La storia, per sommi capi, può essere riassunta così: Taylor Swift viene invitata a esibirsi agli American Music Awards 2019, in programma il 24 novembre prossimo a Los Angeles. In occasione dello show la cantante di "Lover" vorrebbe eseguire un medley di suoi vecchi successi, ma il suo catalogo - i sei album compresi tra l'eponimo debutto del 2006 a "Reputation" del 2017 - è di proprietà della sua ex etichetta, con la quale i rapporti sono tutto meno che amichevoli. Nello specifico, la Big Machine - questo il nome della casa discografica lasciata dall'artista lasciata nel novembre dello scorso anno a favore della prestigiosa controllata da Universal Republic - è stata acquisita lo scorso giugno da Scooter Braun, compresi i sei master (le registrazioni originali) delle sei prime prove in studio della diva pop di Reading, Pennsylvania.

Tra Braun e la Swift non corre buon sangue: il manager, considerato un sorta di padrino del pop internazionale nonché mentore di star come Justin Bieber e Ariana Grande, era già stato accusato nel corso della passata estate dalla Swift - insieme al fondatore della Big Machine e attuale ad Scott Borchetta - di esercitare un "controllo tirannico" sulla sua carriera, impedendogli di fatto - e qui torniamo alla stretta attualità - di eseguire i suoi vecchi brani in occasione del suo passaggio ai prossimi American Music Awards 2019.

I titolari dei diritti discografici - cioè quelli applicabili alle specifiche incisioni, da non confondere con quelli d'autore, che riguardano invece le opere - non hanno legalmente facoltà di impedire la pubblica esecuzione di un'opera, ma nel caso di uno show televisivo la situazione è differente: venedo l'esecuzione ripresa, l'operazione viene considerata come una sorta di nuova registrazione, che quindi interessa - oltre ai diritti primari, cioè quelli d'autore - anche i diritti connessi.

La sua versione (riassumibile in "la mia etichetta mi impedisce di suonare le mie vecchie canzoni agli AMAs e le sta negando a un documentario che Netflix ha in preparazione su di me"), la Swift, l'ha raccontata in un post pubblicato sul proprio account Twitter invitando i propri fan a "far sapere a Braun e Borchetta come questa sensazione vi faccia sentire":

L'appello è stato raccolto non solo dai fan, che - come riferisce etonline.com - avrebbero costretto gli uffici a Nashville della Big Machine a chiudere in anticipo, ieri, venerdì 15 novembre, in seguito alle numerose minacce di morte fatte pervenire ai dipendenti, ma anche da colleghi della Swift e anche da esponenti politici come la rappresentate democratica al Congresso Alexandria Ocasio-Cortez.

Dal canto loro, i vertici della Big Machine hanno gettato acqua sul fuoco: in una nota fatta avere alla stampa statunitense i responsabili dell'etichetta hanno fatto sapere che "Taylor Swift può eseguire qualsiasi canzone appartenente al suo catalogo passato e presente ai prossimio American Music Awards. La nostra società non ha problemi con la scaletta che deciderà di eseguire perché riconosce di non avere il diritto di impedirle alcunché. Le etichette non possono impedire agli artisti di eseguire qualsiasi canzone dal vivo".

Però, appunto, gli AMAs non sono un semplice evento dal vivo, chiamando in causa non solo i diritti d'autore ma anche quelli discografici. Al di là del singolo casus belli, la battaglia combattuta tra la Swift e Braun riguarda più che altro uno degli assett più ambiti dalla discografia statunitense contemporanea, ovvero il catalogo della stessa Swift.

Secondo una stima pubblicata nel 2018 da Variety, l'80% degli attuali ricavi della Big Machine sono generati proprio dai diritti connessi maturati dai primi sei dischi della Swift, legata alla label sia dall'inizio della sua carriera da un contratto che - pare - la libererà dal ri-registrare le sue vecchie canzoni solo a partire dal 2020. I retroscena riferiti dal Washington Post, tuttavia, parlano di un contenzioso aperto tra la Big Machine e la Swift, con l'etichetta - da una parte - che reclama "milioni di dollari" dalla cantante per vincoli contrattuali inerenti il catalogo di sua proprietà, e - dall'altra - la voce di "Shake It Off" che sostiene (stando a una revisione indipendente degli accordi) di essere a credito di quasi otto milioni di dollari in royalties non corrisposte nei confronti della sua ex casa discografica.

A una situazione già intricata di per sé si aggiunge anche un giallo: sempre secondo il Washington Post Borchetta avrebbe concesso alla Swift di acquistare i master (e, quindi, i diritti a essi connessi) dei suoi passati lavori, in modo da liberarsi definitivamente da ogni legame con la Big Machine. Il team legale della Swift, tuttavia, ha negato di aver mai ricevuto un'offerta del genere.

Benché al momento il caso abbia assunto una sfumatura più mediatico-sociale, la vicenda è senz'altro interessante per decifrare come le star musicale planetarie, oggi come oggi, cerchino di diventare in prima persona le titolari della gestione del proprio business sottraendolo il più possibile a entità terze, siano essere multinazionali o etichette indipendenti: al di là dei retroscena la cui autenticità non sarà mai appurabile al cento per cento, la Swift - con la sua società Taylor Swift Productions Inc - potrebbe gestire direttamente i propri diritti connessi, che - all'epoca dello streaming - insieme ai concerti rappresentano una delle voci di reddito più importanti nel bilancio dell'attività dei artisti di fascia alta.

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