Concerti memorabili: Chris Cornell, Milano 19 aprile 2016

“Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock”: Massimo Cotto li racconta nel suo libro “Rock Live”, di cui proponiamo un estratto

Concerti memorabili: Chris Cornell, Milano 19 aprile 2016

Scende tra il pubblico, gioca, scherza, fa selfie, poi riempie l’aria con una versione pazzesca di “Imagine”. In mezzo alla gente, perché è lì che deve stare la musica. E tu ascolti e pensi: Dio che voce. E che grandezza. E pensi che non hai mai sentito una versione più bella e originale di quel brano che molti (forse troppi) hanno omaggiato in concerto. E capisci che essere qui, stasera, è la cosa più bella che potesse capitarti, perché davanti a te, in semplice maglietta, bello come un Gesù, c’è Chris Cornell, lontano dai Soundagarden e dentro se stesso, sempre a contatto con il rock che spreme emozioni.

Ci sono sei chitarre acustiche allineate sul palco degli Arcimboldi, la sera del 19 aprile 2016, sotto un cuore rosso fiammante racchiuso dentro un giroscopio. Il tour è quello di “Higher Truth”, che, al di là di ogni altra intenzione, trasmette la verità più alta che il grunge possa sopravvivere e rigenerarsi anche in acustico. Certo, è fondamentale possedere una voce come quella di Cornell, che rimanda a Robert Plant o Ian Gillan senza tuttavia mai dare l’impressione di imitarla. Preceduto da un allora ancora sconosciuto Fantastic Negrito, Chris Cornell ha dispensato bellezza con il suo songbook, alternando brani della sua carriera solista a classici dell’epoca Soundgarden (strepitosa, nella sua semplicità, la rilettura di “Black Hole Sun”) e cover. Oltre a “Imagine”, Cornell rivisita Dylan, variando anche il testo di “The Times They Are A-Changing”, Led Zeppelin (fantastica “Thank You”), Beatles (“A Day In The Life”, delicata e struggente) e, a sorpresa, Michael Jackson. Il modo con cui rielabora “Billie Jean” è geniale, perché l’arpeggio rimanda quasi ai Metallica di “Nothing Else Matters”.

Chris Cornell era uno di noi, come cantano le curve agli stadi quando un calciatore è vicino per attitudine e sentimenti agli ultras. Era, esattamente come il suo amico Chester Bennington, meravigliosamente, dannatamente, terribilmente fragile. In quella fragilità lui trovava la forza per scrivere canzoni, ma non per alimentare se stesso. Mi mancano da morire, lui e Chester. Ogni volta che Mike Shinoda canta “Numb” (come l’ultima volta a Padova), ogni volta che Eddie Vedder canta “Back”, ogni volta che vedo un vecchio video, il dolore si rinnova. Ma so anche che è la vita e che le persone muoiono quando smettono di essere ricordate, non quando smettono di respirare. E allora è giusto così. Anche se fatico a rileggere le parole che mi disse una volta Chris Cornell: “Il successo non sono i soldi che guadagni né la fama che ottieni. Quelle sono la conseguenza del tuo lavoro, della fatica, della dedizione. Il successo è salire su un palco e sentirti vivo, avere davanti a te un pubblico, piccolo o grande che sia. È vincere le resistenze di chi non crede in te. È sapere che, nonostante tutto, fai la vita che hai sempre voluto fare, a contatto con la musica. Il successo sei tu che continui a cantare”.

E allora perché non hai continuato a cantare, amico fragile?

Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, che ringraziamo, dal libro “Rock Live” di Massimo Cotto, edito da Mondadori (275 pagine, 18 euro), al quale rimandiamo per la lettura completa del capitolo relativo e per tutti gli altri concerti in esso raccontati.

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