Concerti memorabili: Pearl Jam, Milano 22 giugno 2018

“Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock”: Massimo Cotto li racconta nel suo libro “Rock Live”, di cui proponiamo un estratto
Concerti memorabili: Pearl Jam, Milano 22 giugno 2018

A volte il rock ti restituisce la sua voce anche se chi canta non ce l’ha.

Quando Eddie Vedder sale sul palco ci sono 60.000 persone con le mani giunte e il cuore in subbuglio. Non è un concerto come un altro, quello di Milano. Siamo agli I-Days, è il 22 giugno 2018. La voce dei Pearl Jam non ha voce. L’ha persa dopo il primo concerto a Londra, il 18 giugno, ed è stato costretto a cancellare il secondo appuntamento albionico. E adesso, anche se è qui, davanti a noi, nessuno, nemmeno lui, ha il coraggio di mettere la mano sul fuoco sul risultato e sulla tenuta. Prima, per tutto il pomeriggio, non c’era stato fan che non si chiedesse: “Eddie ce la farà?”

Eddie sale sul palco con un quaderno. Legge poche parole, ma sono quelle giuste. “Siamo molto contenti di essere tornati. Ora suoniamo la prima canzone che abbiamo fatto la prima volta qui, ma stasera ho bisogno della vostra voce. Stasera cantate con noi, stasera fate parte della band”.

È il delirio. Perché sta per iniziare la prova più ardua per un cantante: trascinare 60.000 persone sapendo che il tuo miglior strumento, la voce, questa sera non è accordato. Parte “Release”, per l’occasione modificata con una parte in italiano, e i dubbi aumentano. La voce di Vedder inciampa, sembra sempre sul punto di cadere e a volte cade. Impensabile possa reggere un concerto intero. Le canzoni successive non aiutano, ma la gente non se ne accorge. O meglio: capisce, ma se ne frega, perché sta andando in scena qualcosa di grande: un concerto collettivo.

La gente canta come fosse sul palco e non davanti. “Given To Fly”, “Whishlist”, “Even Flow” e “Corduroy” sono una sequenza da brividi. Arriva la cover di “Eruption” dei Van Halen, “Daughter” va a incorporare “Another Brick In The Wall”, Stone Gossard si prende la scena cantando “Mankind”. Ed ecco che succede il miracolo. La voce torna, Dio se torna. Che ci crediate o no, torna. “Porch” apre i cancelli del cielo, il palco diventa rosso fuoco e parte “Black”. Vedder è perfetto, la gente si accorge che qualcosa è cambiato e canta con un’intensità assoluta, unica. Le voci di 60.000 persone si fondono con quella di quell’uomo che sembra così piccolo e invece è così grande. Mike McCready si produce in un assolo forse mai così bello. L’incanto è totale. Alla fine, Vedder si ferma a guardare il pubblico, sembra non trovare le parole, poi dice: “Siamo felici di essere qui per voi, grazie per essere con noi”.

È uno dei momenti più commoventi della mia vita di amante del rock, perché non è solo un concerto. È la prova che la musica unisce oltre ogni misura e che non bisogna mai smettere di sperare, perché quello che pensavi impossibile fino a dieci minuti fa, a volte si avvera. Arriva il gran finale e tu sai che è la fine e preghi il Dio del rock che non sia così, che ci sia ancora altro da cantare insieme. “Alive” ti disintegra, l’omaggio consueto a Neil Young di “Rockin’ In The Free World” sembra tutto fuorché consueto, “Yellow Ledbetter” chiude i giochi. La gente lo sa. Si accendono 60.000 accendini. Sembra una mare illuminato, un cielo di lucciole. Si va via così, con un groppo in gola che dopo un po’ si scioglie e tu te ne fotti se qualcuno ti vede piangere, perché finché piangi vuol dire che sei ancora vivo. Vai verso la macchina e sbagli persino parcheggio. Quando lo capisci, sorridi e sei felice, perché devi camminare ancora un po’ e ancora per un po’ quella notte non finisce.

Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, che ringraziamo, dal libro “Rock Live” di Massimo Cotto, edito da Mondadori (275 pagine, 18 euro), al quale rimandiamo per la lettura completa del capitolo relativo e per tutti gli altri concerti in esso raccontati.

https://a6p8a2b3.stackpathcdn.com/cq1bazZD033ePhsXgzslrLJ1RBM=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/rocklivecottocopertina.jpg

Dall'archivio di Rockol - La storia dei Pearl Jam: quella cassetta da San Diego
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.