Concerti memorabili: Rolling Stones, Washington 1 agosto 1994

“Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock”: Massimo Cotto li racconta nel suo libro “Rock Live”, di cui proponiamo un estratto

Concerti memorabili: Rolling Stones, Washington 1 agosto 1994

Come saranno i Rolling Stones senza Bill Wyman? Riusciranno a far rotolare rock e pietre senza diventare muschio? C’è un solo modo per saperlo: andare a Washington, il primo agosto 1994, per la prima data del Voodoo Lounge Tour, il primo senza il bassista insoddisfatto. Come si possa essere insoddisfatti, quando sei ricco, famoso e suoni nella più grande rock and roll band del mondo e cosa ti spinga a lasciarla è difficile da capire, ma di questo parlerò più avanti. Ora concentriamoci sul concerto.

Entro nel RFK Stadium di Washington con qualche timore. Mi godo l’apertura dei Counting Crows, grande gruppo che ha smarrito troppo presto la retta via, ma di cui è appena uscito il capolavoro “August And Everything After”, con tanti gioiellini come “Raining In Baltimore”. Il palco, gigantesco per quei tempi (70 metri per 25), è a forma di locusta. Le note per i giornalisti parlano di 170 tonnellate di metallo, che a me sembra tanta roba. Detto fra noi, se gli Stones fossero saliti su un palco spoglio e brutto come un binario morto, non avrebbe fatto alcuna differenza.

Jagger parte come un treno con “Not Fade Away”, anno di grazia 1965. Bastano dieci minuti e nemmeno ti accorgi che Bill Wyman non c’è più. Al suo posto, un per nulla impacciato Darryl Jones. “Satisfaction” arriva prestissimo, come nono brano, ed è dura e tirata come mai l’avevo sentita prima. Per “Memory Motel”, che non avevo mai ascoltato dal vivo, Mick va al piano, poi si sposta alla chitarra per “Out Of Tears”. Si va avanti tra vecchio e nuovo per due ore buone, con finale da orgasmo: “It’s Only Rock’n’Roll”, “Street Fighting Man”, “Brown Sugar”, “Jumpin’ Jack Flash”. Ventisette canzoni che ribadiscono a tutti, ma proprio a tutti e non solo a una scatenato Jack Nicholson che canta e balla con la stessa espressione che aveva in “Shining” quando buttava giù la porta del bagno a colpi d’ascia, che, quando gli Stones decidono di mettersi in gioco sono i migliori in assoluto. Non ce n’è per nessuno.

Torno in hotel e mi metto a pensare. Non a quello che ho visto, ma a ciò che ha messo in moto quello che ho visto. Penso alle mie paure prima di entrare nello stadio. C’è sempre una strana ansia, un buffo e disagevole pensare quando torni a vedere un gruppo che ha scritto le tavole della legge del rock. Stones, ma anche Pink Floyd, Who, Eagles, Yes, Genesis, Deep Purple, ognuno può aggiungere il suo in base ai gusti personali. Si tratta di artisti che sono riusciti a superare le sabbie mobili del passato e si sono collocati in quella meravigliosa categoria che è abitata da chi non vive nel suo tempo, ma ha un tempo tutto suo, quello dell’immortalità di là dal fiume e tra gli alberi. Non importano le rughe, non contano le sabbie degli anni, l’ingrigire o gli occhi a tratti assenti. Quello che hai dato è passaporto che non scade.

Penso anche alla piccola maledizione che si è incollata a queste leggende e non si staccherà mai, piccolo prezzo da pagare in cambio del tanto che hanno avuto: il confronto con il passato, che li vedrà sempre perdenti. Perché, per quanto possa essere fantastica la musica che sfornano al presente, tutti vanno a vederli per ascoltare le parabole del Vecchio Testamento. È il destino di chi ha dato tanto, sentirsi domandare silenziosamente favole che però cominciano sempre con: “C’era una volta…”.

Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, che ringraziamo, dal libro “Rock Live” di Massimo Cotto, edito da Mondadori (275 pagine, 18 euro), al quale rimandiamo per la lettura completa del capitolo relativo e per tutti gli altri concerti in esso raccontati.

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