Concerti memorabili: Nick Cave, Londra 1 giugno 1984

“Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock”: Massimo Cotto li racconta nel suo libro “Rock Live”, di cui proponiamo un estratto
Concerti memorabili: Nick Cave, Londra 1 giugno 1984

“Io sono Nick Cave, loro sono i Bad Seeds, questa è ‘The Mercy Seat’”.

Primo giugno 1990, Brixton Academy. Lo scenario è magnifico (qui gli U2, il 2 e 3 novembre 1984, avevano incendiato Londra e iniziato la scalata verso il gradino più alto), l’esordio non poteva essere più efficace: grezzo, quasi violento, secco ed essenziale. Nick Cave parla al microfono come se lo disprezzasse, eppure è la sua vita. Soprattutto ora, che la forma fisica è tornata e le dipendenze sembrano lontane o, almeno, sotto controllo. La musica torna a essere il centro, non un suono con il vuoto attorno. Il risultato è un coraggioso manipolo di canzoni che si fa forte della propria debolezza e che si presenta al pubblico nudo come una foglia d’autunno in pieno temporale. In tutte le canzoni di Cave si respira il senso immanente della tragedia, la sensazione che da un momento all’altro tutto possa precipitare e che non ci sia salvezza se non attraverso la musica, unica forma di redenzione. Per questo le sue canzoni vivono di iterazioni in crescendo, di ripetizioni fino allo straniamento e all’infinito, come se il moltiplicare un concetto, un verso, una strofa potesse dividere le possibilità di soccombere.

“The Mercy Seat” è quasi irriconoscibile, la prima parte si avvicina alla versione acustica contenuta come bonus nelle prime copie olandesi di “The Good Son”, poi cresce a dismisura fino a esplodere. “The Witness Song” precede una superba cover di “I’m Gonna Kill That Woman” di John Lee Hooker e “The Weeping Song” in duetto con il fido Blixa Bargeld. “Foi Na Cruz” esalta e commuove. Cave si contorce, si piega verso il pubblico, cade in ginocchio, brutalizza l’asta del microfono, ma senza mai dare l’impressione che faccia parte di un copione. Quello che va in scena è il crudo rapporto tra un artista e la sua arte, tra la dannazione e la magia. Cave inchioda anche quando si siede allo sgabello per “The Carny”.

Il concerto dura poco, secondo i canoni classici, ma abbastanza per togliere fiato e forze: 63 minuti. Poi Cave scompare e sembra non voler tornare. Passano quattro lunghi minuti (sembrano pochi, ma è un’eternità a palco vuoto) prima di concedere un bis indimenticabile, racchiuso tra due cover: “Black Betty” (accreditata a Lead Belly, anche se è una work song afroamericana la cui origine si perde nella notte dei tempi) e “Cindy Cindy” di Johnny Cash. In mezzo, un’incredibile versione di “Tupelo” e “Knockin’ On Joe” con Kid Congo.

Rivedrò altre quattro volte Nick Cave, ma per quanto spettacolari (soprattutto quello di Parigi) quei concerti non sono paragonabili per intensità e bellezza al concerto alla Brixton Academy di Londra. Quella sera noi del pubblico ci siamo sentiti come pugili suonati, mandati al tappeto da una furia cieca e incontrollata. Ci siamo rialzati, ma con le gambe che tremavano. E siamo usciti nella notte di Londra con quella voce in testa. La voce di chi sembrava essere andato all’inferno e poi era tornato solo per poterlo raccontare.

Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, che ringraziamo, dal libro “Rock Live” di Massimo Cotto, edito da Mondadori (275 pagine, 18 euro), al quale rimandiamo per la lettura completa del capitolo relativo e per tutti gli altri concerti in esso raccontati.

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Dall'archivio di Rockol - Nick Cave: la carriera del Re Inkiostro, dagli esordi a "Distant sky"
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