Concerti memorabili: Radiohead, Glastonbury 28 giugno 1997

“Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock”: Massimo Cotto li racconta nel suo libro “Rock Live”, di cui proponiamo un estratto
Concerti memorabili: Radiohead, Glastonbury 28 giugno 1997

Tre anni prima del concerto di Bowie del 25 giugno del 2000, avevo assistito a un altro concerto spettacolare a Glastonbury, quello che i Radiohead hanno definito il più bel concerto della loro vita, quello che la rivista Q ha eletto miglior concerto nella storia. Il giorno era il 28 giugno 1997.

Non so se essere completamente d’accordo, di certo fu quasi un’epifania. C’era talmente tanto fango che veniva da pensare che da un momento all’altro quel fango ti avrebbe inghiottito e non ne saresti uscito vivo. È stata una delle poche volte in cui ho avuto paura a stare sotto il palco, anche se questo non mi ha impedito di godermi la festa e la bellezza. Ricordo perfettamente l’inizio, sorprendente e folgorante, con un Thom Yorke meraviglioso nell’affrontare “Lucky” come se davanti avesse venti persone. Cantava e dondolava la testa come si trovasse in un club per pochi intimi.

Andò tutto meravigliosamente bene, con una scaletta che prevedeva brani da “OK Computer” e da “The Bends”, con una sequenza mozzafiato di “The Bends”, “Paranoid Android”, “Karma Police” e persino “Creep”, da tempo assente nelle esibizioni dal vivo, fino a quando il paradiso si trasformò in inferno. I problemi tecnici, che probabilmente c’erano sempre stati ma che l’eccitazione generale aveva coperto, diventarono udibili a tutti. Per la band divenne difficile sentire gli strumenti. Thom Yorke fu più volte sul punto di abbandonare, ma questo l’avremmo saputo solo in seguito. Quello che vedevamo noi da sotto il palco era una comprensibile confusione e un senso di disorientamento. A un certo punto, Yorke andò a dire qualcosa al chitarrista Ed O’Brien. Nessuno sentì quel dialogo bellissimo. Yorke disse: “I monitor sono andati. E me ne vado anch’io. Ne ho abbastanza”. O’Brien lo guardò dritto in faccia e replicò: “Fai pure, ma poi lo rimpiangerai per tutta la vita”. Yorke sorrise, o meglio fece quella sua strana smorfia che assomiglia a un sorriso, e tornò a cantare.

Incredibile, ma vero, l’inferno tornò paradiso. La band riacquistò compattezza, trovò forza da quella situazione d’emergenza, e regalò una seconda parte di concerto persino più memorabile della prima. Non so dirvi se i suoni sul palco tornarono nitidi, se i monitor ripresero a funzionare. La storia dice di no. Ma nessuno se ne preoccupò. C’era qualcosa di magico, nell’aria. E un senso di pace e di gioia assolute, perché era come navigare in un uragano e riuscire ad arrivare comunque in porto. Come avrebbe detto Mohammed Alì, “posso attraversare una tempesta senza bagnarmi”. È quello che hanno fatto i Radiohead a Glastonbury, quella sera.

Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, che ringraziamo, dal libro “Rock Live” di Massimo Cotto, edito da Mondadori (275 pagine, 18 euro), al quale rimandiamo per la lettura completa del capitolo relativo e per tutti gli altri concerti in esso raccontati.

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