Concerti memorabili: Simon & Garfunkel, New York 19 settembre 1981

“Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock”: Massimo Cotto li racconta nel suo libro “Rock Live”, di cui proponiamo un estratto

Concerti memorabili: Simon & Garfunkel, New York 19 settembre 1981

Il 19 settembre del 1981 Paul Simon e Art Garfunkel mettono per una volta da parte i dissapori e si fingono fratelli sul mastodontico palco del Central Park di New York. Quando salgono, ci sono almeno cinquecentomila persone che urlano e gridano fino allo stordimento. Lo fanno per nascondere la paura, proprio come quando sali su un rollercoaster, su un ottovolante altissimo e prima te la fai sotto, quando sali e pensi ma chi me l’ha fatto fare?, e poi quando sei lì che cominci a scendere a precipizio, cominci a urlare. Cerchi di mandare via la tensione, le paure, e speri che la quiete dopo la tempesta ti possa servire per goderti il momento, perché se non ti godi il ritorno, la reunion di Simon and Garfunkel, allora che ci stai a fare lì?

Io ero lontano come un ciclista da Manuel Fangio, quindi non capii che l’uomo che saliva sul palco a presentarli era Ed Koch, sindaco di New York. Disse solo: “Ladies and gentlemen: Simon and Garfunkel”. E questo fu. Ricordo le luci negli occhi delle persone a quelle poche, essenziali parole. Ricordo che avevo freddo, ma sembravo essere il solo. La temperatura era perfetta per un concerto, tutto era perfetto.

Impossibile elencare i momenti più belli, perché tutto fu incredibilmente bello, a partire dal trittico iniziale: “Mrs. Robinson”, “Homeward Bound” e “America”. Fateci caso, sono storie diverse, ma tutte contengono una dose profonda di malinconia. Mi si è stretto il cuore per “Scarborough Fair”, “April Come She Will” (la storia di un amore che nasce e si consuma nel volgere di pochi mesi, e l’inverno è alle porte), “American Tune”, con quel verso che dice che non puoi essere baciato dalla fortuna in eterno, ma tutto quello che devi fare per esorcizzare le paure è pensare che domani sarà un’altra giornata di lavoro. Tutto, lo dicevo, struggente e unico, ma non voglio fuggire le mie responsabilità. Quando recensisci un concerto, ti viene spontaneo fare l’alternativo, dire qualcosa che gli altri non si aspettano. Bene, non lo farò. I momenti più alti sono stati “The Sound Of Silence” e “The Boxer” (con qualche rimpianto per “Bridge Over Troubled Water”, che è comunque sul podio). “The Sound Of Silence” con quel verso che sembrava scritto apposta per il concerto: “And in the naked light I saw ten thousand people maybe more”. E altro che diecimila, siamo mezzo milione stasera, e a New York non potrà succederti niente di sbagliato, perché questi sono giorni che capitano poche volte nella vita e persino il Destino sa che deve prendersi due ore di permesso in questi casi. E poi, “The Boxer”. Sto ascoltando e canto con tutta Central Park, ma c’è qualcosa che non capisco, perché c’è una strofa in più. Ancora non sapevo che era contenuta nella versione originale, ma che era stata eliminata dall’incisione. A me, a tutti noi, sembrò che fosse stata scritta apposta per quella sera, perché diceva che sì, ci sono stati molti cambiamenti, uno dopo l’altro, ma alla fine loro, loro due, sono rimasti gli stessi. “After changes upon changes we are more or less the same, after changes we are more or less the same”.

Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, che ringraziamo, dal libro “Rock Live” di Massimo Cotto, edito da Mondadori (275 pagine, 18 euro), al quale rimandiamo per la lettura completa del capitolo relativo e per tutti gli altri concerti in esso raccontati.

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