Concerti memorabili: Patti Smith, Firenze 10 settembre 1979

“Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock”: Massimo Cotto li racconta nel suo libro “Rock Live”, di cui proponiamo un estratto
Concerti memorabili: Patti Smith, Firenze 10 settembre 1979

Arriviamo a Firenze con molti dubbi e la speranza che, alla fine, tutto si riduca a un concerto, ovvero alla più alta espressione della musica. Invece no. Patti Smith sta maturando la sua decisione, anche se noi ancora non lo sappiamo. Lo scopriremo nel tempo, leggendo i suoi ricordi di quel 10 settembre 1979, una delle poche date che non potrà mai dimenticare. Patti arriva presto a Firenze e esce per strada, a camminare, come fa sempre. Patti esce “alla ricerca degli schiavi di Michelangelo”. Vede invece migliaia di ragazzini accampati nelle strette vie del centro. La vedono, la riconoscono, la inseguono. Lei fugge, torna all’hotel Minerva. Non è abituata alle attenzioni da rockstar. Non perché non lo sia, ma Patti Smith ha sempre avuto attorno a sé un tipo di frenesia differente: l’ammirazione, la stima, l’amore. E poi, in America ai suoi concerti accorre al massimo qualche migliaio di persone, qui è un’onda folle.

Attorno allo stadio comunale di Firenze qualcuno distribuisce improbabili volantini firmati dal Movimento per la Santificazione di Patti Smith. Sopra c’è l’effige della Beata Patricia Smith e una scritta che parla di indulgenza plenaria.

Patti Smith, quel pomeriggio, all’hotel Minerva di Firenze, non solo è distrutta, ma sta per distruggere tutto quello che lei rappresenta. No, quello che gli altri credono che lei rappresenti. Si fa portare allo stadio, “uno stadio da calcio, lontano chilometri da Michelangelo”. Per lei Buonarroti è stato il Rinascimento nell’arte, lo stadio sarà il capolinea della poesia. Quando arriva, trova l’accoglienza di una marea di agenti della polizia in tenuta da sommossa. Le dicono che hanno paura, che l’aria non è buona. Temono qualcosa che assomigli a una guerra civile. Patti fa domande, chiede di sapere, vuole capire. Gli agenti le dicono che non sanno il perché, solo che quelli contestano ogni cosa. Ogni cosa meno che se stessi, aggiungo io. Patti ha paura. La vince facendo quello che nessuna rockstar aveva mai fatto: si avvicina alla marea di divise e chiede loro di pregare con lei.

Poi sale sul palco. All’inizio, tutto è bellissimo. “Gloria” è orgasmo allo stato puro, Patti cambia le parole dell’originale di Van Morrison: “Gesù è morto per i peccati di tutti, ma non per i miei”, frase che negli anni si arricchirà di sempre nuovi significati, mai univoci, come una matrioska russa che al suo interno ha sempre un’altra sé. “Kimberly” e “Ask The Angels” infiammano lo stadio, “Dancing Barefoot” è magica. Io, lo confesso, non sono tranquillo. Non ho paura della folla, ho paura della paura della folla, cioè di quei momenti in cui la calma è sostituita dalla tempesta, qualcosa accade e tutti impazziscono, corrono, fuggono, calpestano. Per il momento, tutto bene. Si va avanti con cover di Lennon (“It’s So Hard”), Dylan (“All Along The Watchtower”) e Yardbirds (“For Your Love”), attraverso tutti i classici di Patti.

I bis sono pura libidine: “Easter”, potentissima, “Twist And Shout” e poi “Star-Spangled Banner”. Temo l’arrivo di qualche problema, perché in quegli anni una frangia della Sinistra era dichiaratamente antiamericana. Verremo poi a sapere che la polizia aveva sconsigliato Patti di issare la bandiera americana. Lei si era consultata con il fratello Todd e aveva deciso di farlo egualmente. Non si limita a quello: dice chiaramente al microfono che è orgogliosa di essere una figlia dell’America. Molti applaudono, qualcuno fischia. Parte “My Generation”, con cui Patti chiudeva solitamente i concerti. Ma stavolta non è così. Serve qualcos’altro, in quella situazione. Serve un gesto d’amore. Patti sceglie “You Light Up My Life”, una canzone di Debbie Boone, la figlia di Pat. Strana scelta, ma perfetta a livello simbolico. È una dichiarazione d’amore, un ringraziamento alle persone che hanno acceso la sua vita. Siamo ai titoli di coda, ma non solo del concerto. Mentre torna in albergo, Patti Smith dice: “Ne ho abbastanza, è finita”. Si ritira. Tornerà dopo nove anni di silenzio.

Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, che ringraziamo, dal libro “Rock Live” di Massimo Cotto, edito da Mondadori (275 pagine, 18 euro), al quale rimandiamo per la lettura completa del capitolo relativo e per tutti gli altri concerti in esso raccontati.

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