Concerti memorabili: Leonard Cohen, Venezia 3 agosto 2009

“Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock”: Massimo Cotto li racconta nel suo libro “Rock Live”, di cui proponiamo un estratto
Concerti memorabili: Leonard Cohen, Venezia 3 agosto 2009

Il cappello in testa, a volte tra le mani, chiuso come un talismano o aperto verso il cielo come a raccogliere l’offerta pagana del pubblico adorante, perché di applausi e di amore si vive e bisogna tenere tutto, conservarlo per i giorni di freddo. L’abito scuro elegante, la camicia e la cravatta stretta al collo sempre più magro. Le mani che stringono il microfono perché è da lì che esce quella voce che qualcuno ha forgiato nella “Tower of Song”.

Il palco è sobrio come un candeliere ebraico, il fondale ha lunghe tende illuminate da luci che, a seconda dei brani, cambiano tonalità. L’orchestra che asseconda e non ruba, le coriste impeccabili che alternano dolcezza e solennità, Sharon Robinson che guida le danze (ma io un po’ rimpiango l’inarrivabile Jennifer Warnes). E il pubblico, estasiato, che vorrebbe che questo concerto non finisse mai, quel concerto che, fino a un’ora prima, pochi erano disposti a scommettere ci sarebbe stato.

Perché nel pomeriggio del 3 agosto 2009, con Piazza San Marco già pronta a illuminarsi e vestirsi a festa per Leonard Cohen, il più poetico songwriter di tutti i tempi (sì, incluso Bob Dylan), si era abbattuto su Venezia un diluvio di dimensioni quasi bibliche. All’inizio, l’avevamo tutti sottovalutato. È agosto, sarà un temporale estivo. Passerà. Certo. Però non passa. Anzi, aumenta. Io adoro girare per le città quando piove. Mi piace la pioggia. Ma stavolta è impossibile uscire dall’albergo. Alloggio all’hotel Luna Baglioni, lo stesso di Cohen. Lo vedo scendere. Si avvicina al bancone del bar. Ci salutiamo. Poche parole. “Smetterà?”, gli chiedo. “Certo”, risponde con un sorriso.

E dopo un po’ smette davvero. Smette di colpo, senza nemmeno rallentare. Manca poco all’inizio. Esco e scruto il cielo. Mi convinco che presto tornerà a piovere. Invece la pioggia non torna. Facciamo i pochi metri che separano l’albergo da piazza San Marco. Vediamo che la gente è già lì, pronta a entrare, come se avesse sempre saputo che Leonard Cohen ci sarebbe stato. Chi fermerà la pioggia?, cantavano i Creedence Clearwater Revival. Io ho la risposta: Leonard Cohen.

Il concerto fu meraviglioso, come tutti i concerti di Leonard che ho visto nella mia vita. Equilibrio e perfezione, ogni elemento al modo giusto nei tempi e nei modi stabiliti dall’arte. Se la bellezza nasce dal caos, come è scritto nella Genesi e in molti riti cosmogonici, per produrla è necessario conoscere il modo e la grazia. Cohen possiede i segreti per modellare la notte e i movimenti del cuore. Ventiquattro canzoni in due tempi e tre bis, tra gli estremi di “Dance Me To The End Of Love” e “Closing Time”, prima del divertente siparietto di “I Tried To Leave You”. Non chiedetemi di indicarvi i momenti migliori di quella lunga cavalcata per le lande desolate dell’amore. Non sono il più indicato. No, non sono il più indicato a raccontarvi il concerto brano per brano, perché occuperei tutte le pagine di questo libro. Vi dico solo che ogni brano è stato un concerto, quindi a Venezia ho visto 23 concerti.

Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, che ringraziamo, dal libro “Rock Live” di Massimo Cotto, edito da Mondadori (275 pagine, 18 euro), al quale rimandiamo per la lettura completa del capitolo relativo e per tutti gli altri concerti in esso raccontati.

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