Concerti memorabili: Jeff Buckley, Correggio 15 luglio 1995

“Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock”: Massimo Cotto li racconta nel suo libro “Rock Live”, di cui proponiamo un estratto
Concerti memorabili: Jeff Buckley, Correggio 15 luglio 1995

Erano le sue canzoni a essere fragili e a tratti disperate, non lui. Lui era tranquillo, sorridente, in qualche modo sereno, per quanto lo possa essere un artista vero e dunque consapevole della sua diversità e del fatto che la musica sia nutrimento e privazione.

Era cresciuto senza padre e al tempo stesso con un padre ingombrante, quel Tim Buckley che aveva portato la voce a vette di sperimentazione mai raggiunte prima e che aveva scritto una delle canzoni più belle di tutti i tempi, quella “Song To The Siren” che ha incantato gente comune e infiniti artisti (primo su tutti Robert Plant) e che continuerà a farlo nei secoli dei secoli, amen. Jeff aveva visto suo padre una volta sola, quando era troppo piccolo per ricordare, poi Tim era morto come tanti, come troppi in quegli anni, per overdose di eroina e alcol.

Jeff era esattamente come Tim: aveva la capacità di far splendere la voce, di portarla dove non andava mai nessuno: in quel punto dove il dolore prende per mano la purezza, dove la spiritualità scende a patti con la carne per cercare il sublime.

Jeff Buckley riusciva a essere se stesso ovunque, persino a Correggio, nell’improbabile scenario della Festa dell’Unità, il 15 luglio 1995, tra piadine vicine e un vociare lontano, con l’altoparlante che, dimentico del concerto, durante una sua canzone lanciava un incredibile annuncio: “Ricordiamo che davanti all’ingresso della festa…”, per poi rendersi conto che qualcuno stava cantando. E non era uno qualunque, anche se non era ancora entrato nella leggenda. Jeff Buckley che, prima del concerto ti guardava sorridente, gli zigomi alti del padre, gli occhi piccoli, un accenno di piercing all’ombelico, magro come un punto esclamativo, affascinante come un punto interrogativo.

A Correggio si presentò con una “Dream Brother” da spellarti vivo. Pantaloncini corti e maglietta, con l’aggiunta di una giacca per ripararsi dal fresco dell’Emilia di sera. E poi “Grace” da rimanere inchiodati, “Je N’en Connais Pas La Fin” vissuta in un silenzio quasi religioso, “Mojo Pin” e “Last Goodbye” che scalano le montagne, “Hallelujah” quasi eterna e idealmente divisa in due parti. Alla fine, raccolse quello che a me sembrò essere un fiore dal gambo lungo, salutò timidamente e lasciò il palco. Tornò per il bis, alla fine presentò la band e di se stesso disse: “I’m Jeff”. Un nome, niente altro...

Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, che ringraziamo, dal libro “Rock Live” di Massimo Cotto, edito da Mondadori (275 pagine, 18 euro), al quale rimandiamo per la lettura completa del capitolo relativo e per tutti gli altri concerti in esso raccontati.

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