Classifiche, Marracash e le 'occupazioni' delle top ten: l'opinione di Paolo Madeddu

Quali cause portano un artista a centrare nove posizioni su dieci nella classifica settimanale dei singoli? Ne abbiamo parlato con un esperto di chart, che...

Classifiche, Marracash e le 'occupazioni' delle top ten: l'opinione di Paolo Madeddu

Il "caso Marracash", che con il suo nuovo album "Persona" ha occupato manu militari la top ten italiana dei singoli della scorsa settimana, ha riportato d'attualità un tema portato all'attenzione di pubblico e addetti ai lavori nel marzo del 2017 da Ed Sheeran, che - all'uscita del suo fortunatissimo album "÷ (Divide)" - spedì tutti e sedici i brani dell'album nella top 20 di vendita dei singoli più venduti. Le ragioni di exploit del genere, impensabili all'epoca della discografia "fisica", sono rintracciabili nel sistema di conteggio delle vendita adottato sia in Gran Bretagna che negli USA e in Italia: oggi, per includere i passaggi streaming - che tecnicamente non sono "vendite", ma rappresentano comunque una scelta del pubblico - nei conteggi, viene applicato un tasso di conversione che tramuta, agli occhi di chi compila le chart, una determinata quantità di passaggi sulle maggiori piattaforme audio (nel Regno Unito sono 150) in una singola unità venduta.

Al di là delle storture che un sistema del genere può causare e delle eventuali "correzioni" alle metodologie di rilevamento potenzialmente applicabili - l'inglese Official Charts Company fece sapere, nel giugno del 2017, di essere pronta a prendere provvedimenti per evitare nuovi "casi Ed Sheeran" - quali sono i meccanismi che contribuiscono alla nascita di questi fenomeni? Rockol ne ha parlato con il giornalista e critico Paolo Madeddu, da anni attento osservatore delle classifiche sul suo sito Amargine.it, dove non ha mancato di analizzare il recente exploit del rapper della Barona.

All'estero ci sono stati i casi di Ed Sheraan e Drake, in Italia quelli di Sfera Ebbasta, Salmo e Guè Pequeno: al di là delle prestazioni numeriche in sé, qual è - secondo te - il minimo comune denominatore di questi exploit?

Intanto, che questi exploit sono pochi. E quindi, stupisce che ad altre star non riescano: dipende dal loro pubblico o dal fatto che le piattaforme non sono plasmate su di loro? In comune hanno due tratti banali: sono 5 maschi che hanno trovato consacrazione in questo decennio, in un’epoca già post cd. Poi, quattro di loro sono rapper, ma con un seguito diverso: mainstream quello di Drake, più teen quello di Sfera, più purista quello di Salmo, trasversale quello di Gué. Ma il rap è il genere dominante anche in Francia, eppure lì nemmeno Booba e Maitre Gims hanno ottenuto questi risultati. Nel Regno Unito il colpo lo ha fatto il pop, il che ribadisce la debolezza del rap sull’isola e la frustrazione britannica nel ritrovarsi fuori da questo mercato mondiale. Se osserviamo solo l’Italia, come nome extra-rap solo i Maneskin si sono avvicinati a questo tipo di risultato. E allora viene qualche dubbio. Perché nel Paese il rap sta picchiando duro, ma chi lo vuole governare non può farlo senza il pop, giovane o adulto che sia. Eppure, per le piattaforme quasi non esiste.

Nei casi che hai avuto modo di prendere in considerazione, in media quanto dura temporalmente l'"occupazione" di una top 10 o di una top 20 da parte di un singolo artista?

I casi sono troppo pochi per individuare una modalità ripetuta; direi 2-3 settimane, ma nemmeno le settimane sono tutte uguali: nel 2018 Gué Pequeno, un po’ come il "Machete Mixtape" quest’anno, ha dato la spallata in piena estate, quando ci sono poche nuove uscite e le charts si appiattiscono sui tormentoni. Dicembre o il mese di Sanremo porterebbero risultati meno duraturi.

Dopo l'introduzione dei tassi di conversione da stream (in Italia solo a pagamento) a vendite, quanto influiscono le piattaforme digitali (Spotify, Apple Music) sulla compilazione delle classifiche italiane? Che idea ti sei fatto al proposito?

Passo indietro. Le classifiche sono sempre state un espediente, in parte hanno fini mediatico-spettacolari e in parte sono un indicatore per gli addetti ai lavori - e includo anche gli autori tv, le pro-loco che devono valutare l’artista da invitare, i produttori di occhiali improbabili e camicie inaccettabili, che hanno necessità di giovani ribellissimi per pubblicizzare i loro brutti prodotti fighi. Premesso questo, Nella Mia Umile Opinione l’innovazione ha portato diversi miglioramenti nel cercare di misurare ciò che resta nonmisurabile, ovvero il successo e le tendenze. Ma ha fatto anche delle vittime tra chi non è premiato né dai “firmacopie”, né dallo streaming. Ci sono artisti sopra i 35 anni con un grosso seguito che sembrano surclassati da giovani rapper con manager che sanno come e dove colpire. E perciò devono lavorare il doppio per non finire nelle quotidiane gallery dei “Che fine hanno fatto” dei quotidiani on line. La percezione è cambiata e parecchio. E in Italia la percezione conta più di Gesù Cristo.

Prima ancora di un eventuale conteggio dei passaggi su Youtube, credi che ampliare il conteggio anche agli account freemium possa equilibrare la presenza dei generi nelle classifiche di vendita italiane? O cambierebbe poco?

Nel caso di YouTube sicuramente cambierebbero parecchie cose, a favore del pop. Sui freemium non saprei dire perché il periodo meno attendibile è stato quello in cui anche gli ascolti “agratis” venivano conteggiati, ma è anche vero che in questi due anni gli utenti delle piattaforme si sono moltiplicati e sono più padroni del mezzo. Tuttavia avendo sia un premium che un freemium di una famosa piattaforma verde, so per esperienza diretta che nel primo caso mi trovo in un negozio con un venditore che mi punta e cerca di rifilarmi i dischi che vuole lui – come nell’antichità. Nel secondo caso il venditore mi insegue per tutto il negozio e non mi lascia uscire finché non ho ceduto, comprando quello che voleva. E che non mi vengano a parlare di algoritmo, perché c’è un limite alle fesserie che un giornalista può fare proprie... Lo so, è un limite MOLTO tenue.

Prestazioni come quelle dei brani di "Persona" di Marracash nella classifica dei singoli come si riverberano sulle classifiche degli album di fine anno? Agli exploit simultanei dei singoli nelle chart settimanali corrispondono buone prestazioni degli album collegati sul medio / lungo termine?

Mi scuso se mi ripeto, ma è difficile valutarlo perché finora abbiamo visto pochi casi. E per di più sulle classifiche di fine anno pesa tantissimo il mese di pubblicazione: "Rockstar" di Sfera Ebbasta, uscito nel gennaio 2018, ha avuto un vantaggio di diversi mesi su "Playlist" di Salmo, uscito a novembre, ma anche su "Plume" di Irama, uscito a giugno e arrivato al n.4 senza un vero sostegno dello streaming – cosa che porta con sé qualche domanda sullo scarso feeling tra le piattaforme e le teenager italiane. E sbaglierò, ma ho la sensazione che dipenda più dalle prime.

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