Zucchero: 'In 'D.O.C.' riscopro una fede mai avuta'

Il nuovo album dell'artista emiliano è composto da 11 brani e 3 bonus track: 'Crediamo di essere liberi, ma non è così. Il mondo è sempre più buio'

Zucchero: 'In 'D.O.C.' riscopro una fede mai avuta'

Zucchero canta e danza con la libertà. Vorrebbe stringerla più forte, farla sua, ma il mondo, venato dallo sgretolarsi di innocenza e purezza, sembra allontanarlo da quell’abbraccio. E con lui, ci siamo tutti noi. Il nuovo album D.O.C. è composto da 11 brani e 3 bonus track, fra cui il singolo di lancio “Freedom”. Un lavoro dalla “Denominazione d’origine controllata”, autentico e genuino nella sua ricerca di un amore salvifico, “anche se il mondo non ama”, canta il bluesman emiliano in “Soul Mama”, in cui anche una prostituta può riscaldare durante una tempesta. “Ho cercato di rinnovarmi, rimanendo me stesso. È sempre molto complicato, ma penso di esserci riuscito – racconta lui - nel disco parlo di genuinità e autenticità, in un mondo dove domina l’apparenza. Un mondo che mi preoccupa: fischi ai calciatori di colore, persone sotto scorta, quanto stiamo cadendo in basso? È necessario tornare all’impegno civile, il disco segue questa direzione”. Centrale il tema della libertà. “Pensiamo di averla acquisita ormai, ma non è così – continua Sugar - basta guardare quello che sta succedendo intorno a noi. In un primo momento volevo chiamare questo disco “Tempi sospettosi” per fotografare al meglio quello che vedo. Non è più il periodo di giri e rigiri di parole. Le canzoni devono parlare chiaro”.

Temi di spessore affrontati, in alcune parti del lavoro, con costruzioni sonore ricche di ritmo, calde e potenti, come da tradizione. Una forte mano elettronica regala ancora più vigore all’album. In altri frangenti Zucchero si affida a preghiere dalle atmosfere black. Tutti canti di liberazione e libertà, ballate che esorcizzano l’irrequietezza di un artista che non riesce più a rispecchiarsi nella realtà in cui vive. “Non era questo il mondo che sognavo da bambino”, canta nell’incantevole e sofferta “Sarebbe questo il mondo”. E poi se la prende con chi mette l’immagine davanti all’essere: “In “Vittime del Cool” racconto chi non riesce più a essere cristallino, tutti devono tirarsela da star, ma indossano solo maschere”, si sfoga. A cosa attaccarsi se non alla propria storia? “Nella mia fattoria a Pontremoli faccio una vita country. Giro il mondo, ma le radici per me rimangono fondamentali, le ho messe anche nella copertina del disco – sottolinea l’artista – in questo lavoro parlo anche di fede, è un tentativo di redenzione, che per un ateo come me significa molto. Il Dio cristiano non c’entra, ma inseguo comunque uno spirito guida, qualche cosa di più grande di me. Mio padre era rosso e ateo. Non voleva mai che il prete del paese benedisse casa. Quando la malattia degenerativa lo stava portando via, un giorno decise di farlo entrare. Mi ricordo che si alzò dal tavolo, durante il pranzo, e fece il segno della croce. Mi impressionò. Solo oggi ne capisco il significato”.

L’album, prodotto da Don Was e Max Marcolini, è frutto di un anno e mezzo di lavoro, ci sono tante influenze e incursioni che vanno dal soul al gospel, passando per il blues, il pop e il progressive. Fra i coautori di alcune canzoni compaiono Francesco De Gregori (“Tempo al tempo”), Pasquale Panella e Daniel Vuletic (“La canzone che se ne va”), oltre a Davide Van De Sfroos (“Testa o croce”). Spazio anche agli interventi artistici di Rory Graham, Steve Robson, Martin Brammer, Eg White, Mo Jamil Adeniran e a Frida Sundemo. Dall’aprile del prossimo anno, il disco verrà presentato in tutto il mondo, partendo dall’Australia, per poi arrivare all’Arena di Verona con una lunghissima serie di date dal 22 settembre in poi. “Quando vado in altri Stati rivendico il mio cantare in italiano – conclude – amo il sound internazionale, ma non baratto la mia lingua. Quando gli artisti “stranieri” vengono qui, li amiamo giustamente per il loro linguaggio: la stessa cosa deve avvenire quando un artista italiano viaggia in altre terre. Non avrebbe senso snaturarsi”.

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