Pink Floyd, i 40 anni di “The Wall”: la storia di un album epocale

Iniziando da lunedì 4 novembre, Rockol ha presentato, una al giorno, le 26 canzoni della tracklist di “The Wall” dei Pink Floyd, l’epocale album pubblicato il 30 novembre del 1979: esattamente quarant’anni fa.
Pink Floyd, i 40 anni di “The Wall”: la storia di un album epocale

Oggi concludiamo il nostro omaggio speciale riassumendo la storia della creazione e della registrazione del disco, sempre attingendo (per gentile concessione degli autori e dell’editore, che ringraziamo) al libro “Pink Floyd. Il fiume infinito”, firmato da The Lunatics e pubblicato da Giunti, al quale rimandiamo per un’esperienza più completa.

È uno dei concept album più famosi della storia del rock, un’opera ambiziosa nel concepimento e titanica nella gestazione. L’alienazione e il contorto meccanismo dell’industria discografica, gli spaccati di vita privata e i problemi col gruppo, i fantasmi del passato e i tormentati rapporti con la società: come un fiume in piena, il groviglio di sofferenze di Roger Waters si tradusse in un impeto creativo capace di produrre in pochi mesi materiale per almeno quattro dischi. Testi e abbozzi musicali sarebbero confluiti nel doppio “The Wall”, in “The Final Cut” e nel suo album solista “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”.

Lo sviluppo del materiale per il futuro “The Wall” (che aveva come titolo di lavorazione “Bricks In The Wall”) passò attraverso la stesura di numerosi appunti musicali, essenziali nella struttura e pungenti nei testi, ma soprattutto legati al tema del muro.

Contemporaneamente stava nascendo anche il progetto di “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”: i due lavori differivano nel tema ma erano accomunati dalla medesima (e inedita) cura dell’aspetto psicologico dei protagonisti delle vicende narrate.

Waters registrò su nastro gran parte delle nuove composizioni, impiegando solo la voce e la chitarra acustica; le presentò al gruppo nel luglio 1978 ai Britannia Row Studios, puntualizzando che avrebbe pubblicato come album solista il progetto scartato dal gruppo. Ad eccezione di Steve O’Rourke, la band votò i temi più universali di “Bricks In The Wall”, per quanto l’ascolto delle demo non avesse acceso più di tanto gli entusiasmi.

Nell’estate del 1978 Waters reclutò come produttore esterno del futuro disco il canadese Bob Ezrin, uno di quei professionisti capaci tanto di guizzi personali quanto di fungere da mediatori in caso di marcate divergenze. Il suo curriculum era di tutto rispetto: tra le varie produzioni svettavano dischi quali “Berlin” di Lou Reed (1973), “Goes To Hell” di Alice Cooper (1976) e soprattutto il lavoro d’esordio eponimo di Peter Gabriel (1977).

Dopo aver ascoltato la demo originaria, durante una seduta fiume durata un giorno intero, Ezrin si immerse nello schema dell’opera, riorganizzò l’ordine delle canzoni, studiò l’incastro degli eventi con una visione quasi cinematografica e modificò l’età del protagonista Pink (di cognome Floyd, vedi “Have A Cigar”). Scrisse inoltre un libretto di quaranta pagine per motivare le sue scelte. Waters accettò a denti stretti le correzioni; i due si recarono infine ai Britannia Row per registrare una nuova demo arricchita dei cambiamenti concordati e di una serie di effetti sonori e nuove melodie.

“The Wall” cominciò a germogliare nell’ottobre 1978, quando Gilmour, Wright e Mason presero confidenza con le demo modificate e levigarono e affinarono le tracce ai Britannia Row Studios insieme a Ezrin. Per quanto Waters avesse lasciato intendere che i Pink Floyd lavoravano ormai per lui, il contributo attivo del resto del gruppo in questa fase fu determinante: molto materiale fu scartato, altro riconfezionato con cura.

Le incomprensioni non avevano tardato a manifestarsi; se l’ascesa quasi dispotica di Waters prevedeva un controllo totale sulle operazioni, Ezrin si adoperò per valorizzare le attitudini di tutti e fu il primo a dover fare la voce grossa per difendere quel ruolo che lo stesso Waters gli aveva assegnato.

Il 9 gennaio 1979 fu assemblata una prima scaletta dell’opera, realizzata con i brani incisi dalla band fra ottobre e dicembre 1978. Noie fiscali indussero i Pink Floyd a lasciare forzatamente l’Inghilterra, un esilio che durò dal 6 aprile 1979 al 5 aprile 1980. Il 23 marzo, pochi giorni prima di partire, la band assemblò una seconda scaletta del disco, questa volta vicina alla versione definitiva.

Il nuovo teatro delle operazioni fu la Francia, inizialmente i Super Bear Studios nei pressi di Nizza (aprile-luglio, studi già testati da Gilmour e Wright per i loro dischi solisti del 1978) e in seguito i Miraval di Le Val, in Provenza (giugno-luglio).

Le sedute francesi furono la chiave per il completamento del disco: la maggior parte dei brani fu registrata ufficialmente in questa fase.

Mentre il gruppo operava in Francia, Ezrin persuase Waters della necessità di vestire con un abito sinfonico alcuni brani del disco; il canadese volò a New York, dove cominciò a lavorare sulle parti orchestrali insieme a Michael Kamen, virtuoso compositore e arrangiatore. Altre sedute preziose si tennero infine ai Nimbus 9 Soundstage di Toronto e ai Britannia Row di Londra.

A lavoro ultimato il tecnico si accorse di una serie di evidenti ritardi nelle incisioni e in alcuni fraseggi di tastiera, nonché di aver perduto l’urlo di Waters in “Another Brick In The Wall - Part 2”. Con il mixaggio finale alle porte si adottarono drastiche contromisure: il bassista replicò l’urlo al telefono dalla Francia, mentre Wright, in vacanza a Rodi, fu invitato a fare le valigie in anticipo e raggiungere gli States per completare le parti mancanti. Il suo rifiuto irritò Waters, mettendo di fatto una croce su un rapporto ormai esaurito da tempo: il bassista passò alle maniere forti minacciando di non far uscire il disco a nome Pink Floyd se il collega non avesse lasciato il gruppo.

Di fatto Wright concluse le sue parti nel settembre 1979 con due sedute ai Cherokee Studios di Los Angeles; avrebbe poi partecipato con un “contratto a gettone” al tour di “The Wall” e subito dopo lasciò il gruppo fra ruggini e amarezze.

The Wall fu mixato a tempo di record fra ottobre e i primi di novembre ai Producers Workshop di Los Angeles; pochi giorni dopo furono realizzate le lacche da spedire alle fabbriche di vinile e il 30 novembre il disco era già sulle scansie dei negozi inglesi.

In Inghilterra “The Wall” arrivò alla terza posizione in classifica, negli Stati Uniti arrivò in vetta, dove rimase dal 19 gennaio al 26 aprile 1980. L’album ha venduto trenta milioni di copie in tutto il mondo, di cui undici milioni e mezzo negli USA; la RIAA ha certificato ventitré milioni in quanto si tratta di un doppio album.

Leggi qui la scheda di “Outside the wall”

Leggi qui la scheda di "The Trial"

Leggi qui la scheda di "Stop"

Leggi qui la scheda di “Waiting for the worms”

Leggi qui la scheda di “Run like hell”

Leggi qui la scheda di “In the flesh”

Leggi qui la scheda di “The show must go on”

Leggi qui la scheda di “Comfortably numb”

Leggi qui la scheda di “Bring the boys back home”

Leggi qui la scheda di "Vera"

Leggi qui la scheda di “Nobody home”

Leggi qui la scheda di “Is there anybody out there?”

Leggi qui la scheda di "Hey You"

Leggi qui la scheda di “Goodbye cruel world”

Leggi qui la scheda di "Another brick in the wall - Part 3"

Leggi qui la scheda di "Don't leave me now"

Leggi qui la scheda di "One of my turns"

Leggi qui la scheda di "Young lust"

Leggi qui la scheda di "Empty Spaces"

Leggi qui la scheda di "Goodbye blue sky"

Leggi qui la scheda di "Mother"

Leggi qui la scheda di "Another brick in the wall - Part 2"

Leggi qui la scheda di "The happiest days of our lives"

Leggi qui la scheda di "Another brick in the wall - Part 1"

Leggi qui la scheda di "The thin ice"

Leggi qui la scheda di "In the flesh?"

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