“A sangue freddo” compie dieci anni. Pierpaolo Capovilla: “Quel disco mi fece finire all’ospedale”

Intervista alla voce del Teatro degli Orrori, fermi da quattro anni: “Lavoro a un album solista, ma per me quella band non è una porta chiusa a chiave”
“A sangue freddo” compie dieci anni. Pierpaolo Capovilla: “Quel disco mi fece finire all’ospedale”

Il 30 ottobre del 2009 usciva per la Tempesta quello che ancora oggi è uno degli album più significativi e unici del rock italiano: “A sangue freddo” del Teatro degli Orrori. Sono passati dieci anni. Un concentrato di rabbia, malinconia, amore, politica “e soprattutto di vita vissuta”, sottolinea Pierpaolo Capovilla, 51 anni, voce del gruppo che dopo l’omonimo album del 2015 ha fatto perdere le proprie tracce. Dodici canzoni che sono entrate nell’olimpo personale di migliaia di fan che seguivano la band ovunque e che oggi, forse, si sentono orfani di un rock nostrano capace di generare un’onda di emozioni e suoni come fu quella del gruppo partito da una saletta di Marghera.

“Due anni prima era uscito “Dell’impero delle tenebre”, il nostro album d’esordio – ricorda Capovilla – grazie al passaparola suonavamo tanto dal vivo, i locali erano sempre più pieni. Fan e critici dicevano di rimanere “sconvolti” dal nostro modo di fare musica. Avevamo un approccio vero, violento e radicale. Sapevamo che il secondo album sarebbe dovuto essere ancora più ambizioso. Il primo era molto ancorato agli anni ’90. I nostri punti di riferimento erano gruppi come Fugazi e Husker Du. Volevamo sperimentare e creare qualche cosa di completamente diverso da quello che si era sentito fino a quel momento in Italia”. Nacque “A sangue freddo”: un disco poliedrico, figlio delle tante anime di una band destinata di lì a poco a essere protagonista di un tour dalla potenza devastante. Sul palco, oltre a Capovilla, c’erano Gionata Mirai, Giulio Ragno Favero, uno dei principali artefici di quei suoni così ricchi e distorti, e Francesco Valente. "Riuscimmo a unire le nostre radici hardcore e rock con suoni più contemporanei, Giulio fece un grande lavoro – continua Capovilla – a tutto questo aggiungemmo un approccio narrativo che ci distingueva. Quel tour lunghissimo fu pazzesco, ai concerti venivano migliaia di persone: il live era proposto come una pièce teatrale, una rappresentazione in cui la verità si ritrovava sempre messa al centro. Non volevamo essere comparse, ma protagonisti, dall’inizio alla fine del concerto. Finii all’ospedale un paio di volte per dita rotte e colpi presi. A Marghera mi lasciai prendere dal pubblico che, nell’enfasi del pogo, mi trascinò dentro la bolgia calpestandomi. Davvero niente male".

Dalla combattiva “A sangue freddo” alla commovente ed elettronica “Direzioni diverse”, passando per “Padre nostro” e “Majakovskij”, poesia-canzone simbolo del gruppo, fino ad arrivare a “È colpa mia”, un malinconico e spietato guardarsi allo specchio. "Con “Padre nostro” riuscivamo a far pregare il pubblico a modo nostro, durante un concerto rock – sorride Capovilla – con “A sangue freddo” invece arrivammo a far parlare, anche a livello nazionale,  dell’attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa, ucciso nel 1995. Quella canzone, che dà il titolo al disco, è forse il simbolo di quello che siamo sempre stati. Facciamo musica e arte per “scolpire un nuovo mondo” come scriveva nelle sue poesie Majakovskij. Le canzoni devono far pensare, devono lasciare qualche cosa addosso, cambiandoci. Il nome della band si ispirava al teatro della crudeltà di Antonin Artaud e ancora oggi non è cambiato niente: quando siamo davanti al pc o alla tv crepiamo interiormente, gli orrori ci circondano. La cultura e la musica possono regalarci un momento di vita. Noi inseguivamo quel momento".

È giusto parlare al passato o ci sarà anche un futuro? "Per me il rock resterà sempre emancipazione – conclude Capovilla – oggi lo spirito ribellistico sembra essere nella trap che in certi momenti partorisce solo pozzanghere, in altri invece visioni bellissime. Ma non mi riguarda perché io non sono più giovane. Sto lavorando a un disco solista perché credo nel domani del rock. Sul Teatro degli Orrori posso solo dire che i ragazzi sanno che per me quell’esperienza non è una porta chiusa a chiave e che se vorranno tornare a parlare con me, mi troveranno".  

(Claudio Cabona)

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