Bruce Springsteen: quando gli effetti speciali ai concerti non servono

Le grandi produzioni live hanno puntato sempre più sull'aspetto visivo dell'evento dal vivo, riempiendo i palchi di luci, mega schermi, effetti laser e trovate scenografiche. Ma, come ci ha insegnato il Boss...

Bruce Springsteen: quando gli effetti speciali ai concerti non servono

La grandeur scenografica, nel rock, è diventata la cifra predominante nel mainstream qualche anno dopo che John Lennon - profeticamente, poco prima che i Fab Four si ritirassero definitivamente dalle scene dal vivo - definì i grandi eventi live come "maledetti riti tribali". Furono i Pink Floyd negli anni Settanta, per primi, a trasformare il palco da una goffa struttura di tubolari in ferro a uno scrigno di luci, colori e immagini. Nei decenni a seguire le star internazionali fecero a gara nello stupire con effetti speciali le platee dei loro tour, spendendo follie: solo per allestire il mitico The Claw, il palco del 360° Tour, gli U2 sborsarono cifre comprese tra i 23 e i 31 milioni di dollari per ognuna delle 110 date tenute tra il 2009 e il 2012 in America, Europa e Asia. La corsa all'esperienza visiva da parte delle rock band riuscì ad avere tanto risvolti comici - ricordate il drone caduto tra i pubblico, fortunatamente senza conseguenze, durante la data londinese del Drones World Tour dei Muse? - quanto esiti tragici: nel 2003 gli effetti pirotecnici utilizzati dai Great White sul palco dello Station di West Warwick, Rhode Island, causarono un rogo nel quale trovarano la morte cento persone tra pubblico, staff e band - a perdere la vita fu anche il chitarrista del gruppo, Ty Longley - ustionandone gravemente altre 230, e passando alla storia come la più grave tragedia mai avvenuta a un evento musicale dal vivo.

Anche l'occhio vuole la sua parte, certo. Ma è possibile un concerto, così come oggi lo intendiamo, non possa permettersi di prescindere la luci, ledwall, visual e chi più ne ha più ne metta?

Bruce Springsteen, che pure può fregiarsi di una presenza nella top 20 dei tour più ricchi di sempre - nello specifico, con il "Wrecking Ball World Tour", che tra il 2012 e il 2013 racimolò al botteghino la ragguardevole cifra di 355 milioni di dollari - nonostante la fama mondiale e la (conseguente) disponibilità di mezzi non è mai stato il genere di artista da preoccuparsi troppo della "confezione" dei suoi show. Esemplare, a questo proposito, è il racconto di Claudio Trotta - veterano del live promoting tricolore e titolare dell'agenzia Barley Arts, nonché storico promoter italiano del Boss - del suo primo contatto con il rocker del New Jersey, raccontato nella sua autobiografia "No Pasta No Show", edita nel 2017 da Mondadori. Era il 1999, e l'impresario milanese - al quale il management dell'artista americano si era rivolto dopo la scomparsa di Franco Mamone, che per primo aveva fatto esibire la voce di "Born in the USA" nella Penisola - si stava accingendo a riportare nel nostro Paese gli show di Springsteen e della appena riunita E-Street Band:

Ho un ricordo indelebile legato al concerto di Bologna del 17 aprile 1999. Immaginate: era il mio primo concerto [come organizzatore] con lui, e Bruce, la band e George Travis, lo storico tour director di Bruce, con il quale avevo già lavorato in occasione delle mie due tournée con Billy Joel, erano già in città, ma uno dei bilici della produzione era bloccato in Austria per via di una nevicata pazzesca. Si paventava l'ipotesi che potesse non arrivare in tempo. Devo confessare che in quel momento anch'io, che generalmente non soffro di ansia da vigilia, e che molto difficilmente perdo il controllo e soprattutto la fiducia nella risoluzione di qualsiasi incoveniente, ero un bel po' preoccupato. Mi arrivò però una telefonata da George che disse: "Don't worry, Claudio, we got the band". Ecco, in quel preciso momento capii con chi avevo a che fare. Ciò che contava davvero era l'artista, con il suo gruppo, e il pubblico. I problemi relativi alla produzione e all'arrivo del camion erano secondari. Tutti questi anni di lavoro con Bruce, durante i quali ho organizzato trentasei suoi concerti, mi hanno insegnato che per lui e il suo staff non ci sono aspetti legati alla produzione che vengano prima dell'artista, della musica e del pubblico. Quello che è importante è salvaguardare la condivisione di un'esperienza unica e irripetibile nella sua essenza. Ciò che veramente conta è il rapporto tra i musicisti e il pubblico. E' anche e soprattutto per questo che i concerti di Bruce sono leggendari.

Questione di stile. O, meglio, di atteggiamento. Springsteen è cresciuto in locali come lo Stone Pony, dove l'attenzione del pubblico chi sta sul palco se la deve guadagnare, e dove i trucchi non sono ammessi. Il Boss non se l'è mai dimenticato, nemmeno quarant'anni dopo, quando sul palco di Londra, durante un duetto nientemeno che con Paul McCartney, le autorità locali - indispettite dal mancato rispetto dell'orario di scadenza imposto allo show - decisero di staccare la spina e togliere l'alimentazione degli speaker. Le cronache parlarono di un ex Beatle basito e di un Little Steven schiumante di rabbia. Springsteen, rimasto da solo con la sua Telecaster a fronteggiare una platea da 65mila spettatori, ha fatto quello che avrebbe fatto quasi mezzo secolo prima in un qualsiasi scalcagnatissimo club del New Jersey: ha continuato a suonare, anche se - ovviamente - non poteva sentirlo nessuno. Sul palco di Hyde Park come su quello dello Stone Pony, il Boss ci ha ricordato che un concerto, alla fine, ha sempre a che fare qualcuno che suona e con altri che ascoltano. E nient'altro.

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