Kinks, Dave Davies racconta il concept album “Arthur”

Le divisioni di classe della società inglese, i postumi della guerra, l'emarginazione. “Arthur” compie 50 anni e viene ristampato in versione espansa

Kinks, Dave Davies racconta il concept album “Arthur”

La voce al telefono è quella tremula e affaticata d’un settantaduenne che ne ha passate di tutti i colori. Dave Davies è, col fratello Ray, uno dei fondatori dei Kinks. Chitarrista dallo stile grezzo e indisciplinato, ha creato riff formidabili e influenti, a partire da quello di “You really got me”, il cui suono distorto fu creato tagliando il cono dell’amplificatore. Chiama per parlare di “Arthur or The decline and fall of the British Empire”, il concept album del 1969 del quartetto inglese che segue “Village Green” e che precede “Lola”. Il 25 ottobre uscirà in versione espansa per il cinquantesimo anniversario.

“Arthur” era il secondo concept album dei Kinks, dopo “Village Green”. Questo nuovo orientamento del gruppo cambiò anche la musica? Insomma, meno “You really got me” e più pezzi narrativi?
Sì, la cambiò. Ci piaceva l’idea di elaborare maggiormente le nostre creazioni. Cominciammo a trascorrere più tempo in sala d’incisione e investire maggiori energie sugli arrangiamenti. Per quanto mi riguarda, ai tempi di “Arthur” decisi di prendermi maggiori spazi espressivi. Volevo espandere il mio modo di suonare usando lo studio di registrazione. “Arthur” è uno dei miei dischi dei Kinks preferiti. Sono felice che la gente possa riascoltarlo.

Sei uno che ha sempre detto che lo stile è una cosa e la tecnica un’altra…
E difatti sono due cose radicalmente diverse. Puoi essere un chitarrista tecnicamente impeccabile, eppure puoi non avere stile. La grande avventura di un chitarrista è la ricerca di un’impronta personale. Non ce l’hanno tutti.

Ricordi quante chitarre possedevi all’epoca?
Non ricordo di preciso, probabilmente tre o quattro chitarre. Probabile che in studio, durante le session di “Arthur”, abbia suonato una Fender Telecaster e forse una Gretsch.

All’epoca, il rock inglese stava cambiando. Vi sentivate parte di qualcosa di più grande?
Ammiravamo i Beatles e i Rolling Stones, e ancora li rispetto, ma non ci sentivamo parte di alcunché. Noi Kinks, del resto, siamo sempre stati degli emarginati. Se non ci fossimo chiamati The Kinks, ci saremmo chiamati The Misfits.

Nel 1969 uscirono anche “Tommy”, “Abbey Road”, “Let it bleed”. Sentivate, almeno, che stava accadendo qualcosa di grosso e duraturo?
Macché, pensavamo che sarebbe tutto finito nel giro di un anno, al massimo due. Incredibile che questa musica sia durata tanto.

Il personaggio di Arthur, così rigido e ingabbiato dallo stile di vita inglese borghese e superficiale, è ispirato a tuo genero Arthur Anning. Come la prese quando lo scoprì?
Ne fu lusingato. E anche un poco scocciato, credo, ma non troppo [ride].

“Arthur” è uno dei dischi più distintamente britannici dei Kinks. Era una delle vostre caratteristiche. Da che cosa scaturiva il desiderio di raccontare la bellezza, le peculiarità e naturalmente i difetti, se non gli orrori, dello stile di vita inglese?
Essendo cresciuti in un famiglia della classe lavoratrice, io e Ray abbiamo visto da vicino le ingiustizie generate dalla rigida struttura di classe della società inglese. Ci veniva normale cantare di classi, società, guerra. E lo facevano con una certa irriverenza nei confronti della classe aristocratica. Eravamo cattivi ragazzi che crescevano in un periodo interessante della storia.

La guerra è un altro tema centrale in “Arthur”.
Spesso ci si dimentica che, nella società in cui vivevamo, negli anni ’60, la Seconda guerra mondiale non era un ricordo lontano e nemmeno un pezzo di storia. Era ancora presente. Io e Ray siamo cresciuti in una grande famiglia, sentivamo le storie dei nostri famigliari che avevano combattuto. Negli anni ’50, quand’eravamo ragazzi, la guerra era ancora nell’aria. E quando andammo negli Stati Uniti scoprimmo che la gente reagiva a canzoni come “Some mother’s son” [la storia di una madre che perde il figlio in guerra in un paese lontano, nda].

Pensi che queste canzoni siano ancora rilevanti?
Più le cose cambiano, più restano uguali.

La nuova versione di “Arthur” contiene demo e versioni alternative. Ce n’è una a cui sei particolarmente affezionato?
Forse il remix di “Shangri-la”, che è importante per come descrive la società dell’epoca [la lotta di Arthur per emanciparsi dalla classe operaia acquistando beni che gli offrono una vita confortevole, nda] e che è l’unione di tre, se non quattro canzoni differenti.

Registraste “Arthur” con John Dalton al basso al posto di Peter Quaife. È vero che sentiste la notizia che Peter aveva lasciato il gruppo alla radio?
Mmm, non ricordo che sia andata così. Peter era uscito e rientrato nel gruppo più volte, quindi non ci stupì quando se ne andò. Accadde e basta. John aveva un vantaggio: era cresciuto con gli stessi nostri gusti musicali. E gli piaceva il calcio.

Fu in quel periodo, nel 1969, che tornaste a suonare in America dopo che vi era stato fatto divieto di esibirvi. Come accadde? Perché vi bandirono? Per le camere d’hotel sfasciate?
No, non ricordo i dettagli, ma fu per una incomprensione con il sindacato americano che era molto potente.

La nuova edizione di “Arthur” contiene anche il tuo disco-fantasma “The great lost Dave Davies album”. Cominciasti a inciderlo dopo il successo del tuo singolo “Death of a clown”, giusto?
Sì, nel 1968 la casa discografica cominciò a chiedermi insistentemente di incidere altre canzoni. Cominciai a registrare il mio album un po’ prima delle session di “Arthur” e continuai a farlo nei momenti liberi. Eravamo piuttosto prolifici, allora. Ma alla fine, non essendo soddisfatto di quelle registrazioni, decisi di non pubblicarlo. Avevo torto. L’ho riascoltato dopo tanti anni e contiene roba buona, belle canzoni. Sono contento che alla fine sia uscito.

Ho letto che tu e Ray avete ripreso a scrivere canzoni assieme e che potremmo ascoltare un nuovo album dei Kinks, prima o poi. Come stanno le cose?
Diciamo che abbiamo qualche idea nuova e qualche registrazione trovata negli archivi. Potrebbero finire in un disco. Stiamo anche riflettendo sulla possibilità di fare un tour. Vedremo. Ho anche un po’ di spunti per canzoni soliste su cui conto di lavorare nei prossimi mesi.

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