L'ultima volta di Motta, prima della pausa: il racconto del concerto

Il cantautore toscano ha chiuso a Roma il suo tour. Ora una pausa a tempo indeterminato dai dischi e dai concerti: il report.

L'ultima volta di Motta, prima della pausa: il racconto del concerto

"Mi avete fatto passare la paura di fermarmi. Nelle canzoni, nei testi, bisogna dire la verità. E per dire la verità ci vuole un po' di tempo, quindi lo capirete sicuramente". È un Motta inedito quello che saluta per l'ultima volta il pubblico prima di prendersi una pausa a tempo indeterminato dall'attività live e dai dischi. Sul palco della Sala Santa Cecilia dell'Auditorium Parco della Musica, a Roma, il cantautore toscano si toglie finalmente la maschera del rocker maledetto e ombroso che ha indossato fino ad oggi e mostra le sue fragilità: lascia che in più di un passaggio l'emozione gli spezzi la voce, che parole dolcissime rivolte a Carolina Crescentini - presa in sposa a sorpresa all'inizio del mese - gli sfuggano dalla bocca senza timidezza, che qualche sorriso gli righi il volto solitamente severo e accigliato. Sembra un altro rispetto a quello che, schivo e refrattario, ai tempi dei Criminal Jokers si rifugiava dietro i tamburi della batteria, evitando ogni tipo di contatto con il pubblico. Ha l'atteggiamento di chi ha rincorso per tanto tempo una stasi, un equilibrio psicologico, e ora vuole godersi il momento.

Per chiudere questa fase della sua carriera, Motta torna lì dove tutto è cominciato. Roma è la città che lo accolse quando, dopo aver archiviato l'avventura con la band, decise di lasciare la sua Toscana per cercare altrove gli stimoli per ripartire daccapo, stavolta in veste solista. Era il 2013, e anche se con i Criminal Jokers si era fatto un nome tra i frequentatori dei locali della Capitale, esibendosi pure sul palco del Circolo degli Artisti nelle serate di "La tua fottuta musica alternativa" (la stessa rassegna che lanciò i vari Calcutta, Quartieri, Giancane, Testaintasca - praticamente la fucina della nuova scena romana), Motta non sapeva bene cosa aspettarsi da questa città. Di lì a poco, l'incontro con Riccardo Sinigallia avrebbe dato una svolta alla sua carriera.

Dall'uscita de "La fine dei vent'anni", l'album frutto del sodalizio con l'ex Tiromancino che gli permise di tagliare traguardi importanti per un esordiente, la corsa di Motta non si è praticamente mai fermata: molti concerti, un altro disco, una partecipazione al Festival di Sanremo (quella di quest'anno con "Dov'è l'Italia"). Se quello che succederà nei prossimi mesi è tutto ancora da decidere, quello che è successo negli ultimi tre anni e mezzo viene invece riassunto in due ore di concerto che volano via com'è volata via quella bella stagione di musica italiana della quale il cantautore toscano ha fatto parte - pur senza lasciarsi coinvolgere da certe dinamiche e mantenendo una sua integrità artistica.

Motta arriva sul palco da solo, senza i suoi musicisti: è una sagoma alta e snella avvolta dal fumo. Imbraccia la chitarra acustica e evitando le formule di rito attacca in maniera secca "La fine dei vent'anni": "Ho visto troppa gente in questi sette anni / per scegliere qualcuno ci ho messo dieci secondi", canta. La voce è così cristallina da risultare affilata, tagliente. Alla fine di tutto resteranno le canzoni, e quelle di Motta sono destinate ad avere una sorte migliore di certe hit già finite nell'oblio: "Del tempo che passa la felicità", "Se continuiamo a correre", "Mio padre era un comunista", "Vivere o morire", "Sei bella davvero" sono i pezzi forti di un repertorio sicuramente non abbondante ma comunque pregevole, che nella sala principale dell'Auditorium capitolino viene proposto alternando momenti acustici perfetti per la dimensione teatrale ad altri più da club di provincia, con la band di Motta (Federico Camici al basso, Giorgio Maria Condemi alle chitarre, Matteo Scannicchio alle tastiere, Cesare Petulicchio alla batteria) che condivide il palco con un quartetto d'archi.

Motta è bravo a non far sembrare il concerto un funerale, un addio, anche se di tanto in tanto, inevitabilmente, la malinconia si diverte a fare capolino sul palco. Doveva essere una festa e lo è, come testimonia pure il duetto con Nada - unica ospite della serata - su "Dov'è l'Italia", che i due avevano già cantato insieme a Sanremo nella serata dei duetti: "Francesco ha una bellezza inquietante in tutto quello che fa", dice lei, e un sorriso, l'ennesimo, torna a rigare il volto spigoloso di Motta. "Mi parli di te", ancora chitarra e voce, potrebbe essere la conclusione perfetta, con il cantautore che racconta, emozionandosi, il rapporto con il padre: "Di solito i cantanti rock non vanno molto d'accordo con i propri genitori, invece io gli sono riconoscente: devo dirgli grazie per tutto quello che hanno fatto per me", dice, prima del finale rumoroso con "Ed è quasi come essere felice" e "Roma stasera", intenso epilogo di questa corsa lunga tre anni. Alla fine di tutto, resteranno le canzoni.

di Mattia Marzi

"La fine dei vent'anni"
"Quello che siamo diventati"
"Del tempo che passa la felicità"
"Se continuiamo a correre"
"Mio padre era un comunista"
"Vivere o morire"
"Sei bella davvero"
"Prima o poi ci passerà"
"Cambio la faccia"
"Chissà dove sarai"
"Dov'è l'Italia" (con Nada)
"Senza un perché" (con Nada)
"La prima volta"
"La nostra ultima canzone"
"Mi parli di te"
"Ed è quasi come essere felice"
"Roma stasera"

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