Lucio Battisti da riscoprire: esce l’antologia “Masters vol. 2”

Il chitarrista Alberto Radius e il fonico Gaetano Ria raccontano il cofanetto di 4 CD con le “altre” canzoni dell’artista di Poggio Bustone

Lucio Battisti da riscoprire: esce l’antologia “Masters vol. 2”

“È un disco perfetto per riscoprire le canzoni di Lucio che abbiamo dimenticato. E mi auguro che spinga i giovani a riscoprire l’essenza della musica, che è la melodia. E Lucio era il re della melodia”. Così Gaetano Ria, fonico che ha collaborato con Lucio Battisti, descrive “Masters vol. 2”, quadruplo CD o triplo LP sequel del fortunatissimo “Masters” uscito due anni fa. Se il primo volume conteneva i pezzi più celebri del cantante di Poggio Bustone, questi 48 brani restaurati e rimasterizzati sono, con l’eccezione di “Non è Francesca”, meno noti al grande pubblico.

Ria ha lavorato, fra i tanti, con PFM (“Mixai il loro secondo album in una notte perché Mara Maionchi ci disse che se non l’avessimo consegnato subito sarebbe uscito dopo sei mesi”), Banco del Mutuo Soccorso, Gianni Morandi, Rita Pavone, Gabriella Ferri, Edoardo Vianello (“‘I watussi’ fu il mio primo lavoro”) e molti altri. Cominciò a collaborare con Battisti sull’album “Umanamente uomo: il sogno”. Spiega che il lavoro di masterizzazione “non ha intaccato le sonorità originali. Le ha anzi messe in evidenza. Le canzoni hanno ora una ampiezza sonora più limpida e il tutto senza snaturare il suono. E il vinile è meglio che il cd: è una questione di cultura di ascolto”.

Il chitarrista Alberto Radius, nome storico del rock italiano e collaboratore del primo Battisti, indica la sua canzone preferita fra quelle del cofanetto: “È ‘Insieme a te sto bene’, dove sono intervenuto con mano pesante. È l’unico pezzo rock di Lucio. Quando entrava in sala aveva già in testa come un pezzo andava realizzato. Era molto meticoloso”. Ria: “Le ore in sala d’incisione erano costose, non si lavorava a brani che poi non finivano sui dischi”.

Secondo Radius, “a Lucio non potevi proporre qualcosa direttamente. Preferiva sentire quel che stavi facendo, ad esempio una frase di chitarra, e poi scegliere di usarla se gli piaceva. Lo dovevi prendere così, ma era affabile e tranquillo. L’ho visto arrabbiato solo quando qualcuno cercò di fargli una foto in camerino, dalle parti di Rimini, e quando litigò a casa mia con Riki Maiocchi, ai tempi di ‘Per una lira’. Era una persona splendida, ma scappava dalla folla. Ricordo un giorno, a Porto Cesario. Io, lui e Mogol eravamo al ristorante. I fan si accalcarono contro la vetrina fino a farla crollare. Ne uscimmo indenni per miracolo. A chi gli chiedeva l’autografi diceva: i santini son finiti”.

Secondo Ria, Battisti in studio amava mettere molto bene in chiaro i rapporti. “Una volta, mentre si lavorava a ‘Umanamente uomo: il sogno’, gli suggerii di alzare di un’ottava una parte di pianoforte. Mandò fuori i musicisti, mi prese da parte e mi disse: ‘So che ami collaborare con gli artisti, ma dev’essere chiaro: io faccio la musica e tu pensi ai suoni’. Molti artisti dipendevano dai produttori anche dal punto di vista creativo. Lui no, lui era il produttore di sé stesso”.

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