‘Diego Maradona’: la recensione del film

Abbiamo visto in anteprima il documentario diretto da Asif Kapadia, premio Oscar per "Amy", dedicato alla vita di una delle icone sportive più importanti degli ultimi 40 anni. Sarà nei cinema il 23, 24 e 25 settembre.

‘Diego Maradona’: la recensione del film

I prossimi 23, 24 e 25 settembre verrà proiettato nelle sale cinematografiche italiane – l’elenco dei cinema lo trovate qui – “Diego Maradona”, film biografico sulla vita del fuoriclasse argentino del calcio.

Il film è diretto da Asif Kapadia, 47enne regista inglese di origine indiana, già premio Oscar 2016 per il documentario “Amy”, sulla vita, breve e tormentata, della popstar inglese Amy Winehouse. In precedenza, nel 2010, Kapadia aveva raccontato la storia di un altro sportivo in “Senna”, dedicato alla vita, spezzatasi all’età di 34 anni, del campione brasiliano dell’automobilismo Ayrton Senna.

Per il suo nuovo docu-film Kapadia ha utilizzato interviste esclusive e immagini inedite tratte dall’archivio personale del calciatore argentino. “Diego Maradona” ripercorre sullo schermo la carriera dello sportivo, ma ancora di più quella dell’uomo.

Come viene ricordato più di una volta nel film, esiste Diego ed esiste Maradona, l’alter ego che si è costruito per gestire la pressione avuta in regalo nel momento in cui si è palesato in lui un talento sconfinato per il gioco più popolare del pianeta Terra. A questo 'fardello' si devono aggiungere i natali poverissimi, in uno dei quartieri più degradati di Buenos Aires. Praticamente dall’età di 15 anni, come ricorda la sorella Maria, Diego si carica sulle spalle il destino di tutta la famiglia con l’obiettivo di regalare una casa a genitori e fratelli e di non dover più tornare a vivere nel luogo dove è nato.

“Diego Maradona” è principalmente incentrato sugli anni in cui milita nella squadra di calcio del Napoli, in arrivo dal Barcellona, club con il quale non ebbe fortuna. Era l’estate del 1984. Ad accoglierlo uno stadio, il San Paolo, gremito in ogni ordine di posto. A quel tempo era il giocatore più famoso del mondo e stava andando a giocare per un club che, seppur glorioso, nella sua storia non aveva vinto praticamente nulla. In una città che economicamente non aveva mai potuto competere con le società ben più ricche del nord. Una città, che per molti versi, era simile a lui.

Napoli non lo ama, lo idolatra. Lui si identificherà totalmente con la città, incarnandone la voglia di rivincita e riscatto verso quella parte d’Italia che quotidianamente la insulta e la disprezza. Si identificherà e ricambierà questo folle amore regalando a Napoli nel 1987, insieme ai suoi compagni di squadra, il primo titolo di campione d’Italia della sua storia. Aggiungendone un altro e la vittoria in una coppa europea. Per il popolo napoletano è un dio. Ma non è facile essere un dio. Ancora meno esserlo in una città che ti toglie il fiato quanto ad affetto. Ancora meno in una città dove esiste un problema chiamato camorra.

Per essere un dio degli stadi devi avere le spalle davvero larghe. Diego ha personalità e carattere da vendere, ma il gioco si fa sempre più grande. Inizia a perdere il senso del limite e della realtà. Le sue notti sono a base di sesso e cocaina. I suoi legami con la camorra vengono a galla, nel 1991, dopo sette anni di Napoli, viene trovato positivo a un controllo antidoping dopo una partita di campionato e viene squalificato per oltre un anno. Se ne va allora da quella che era la sua città – che sarà per sempre la sua città – e, come fa tristemente notare lui stesso, ‘sono arrivato che ad attendermi c’erano 85mila persone, me ne vado da solo’.

“Diego Maradona” è un gran bel documentario, la narrazione dell’ascesa e della caduta di quest’uomo non cede mai alla tentazione di romanzare una vicenda che già di per sé è romanzesca. Come da tradizione anglosassone, vengono esposti i fatti e questi vengono fatti commentare da persone che quegli accaduti li hanno conosciuti dall’interno, se non dallo stesso Diego Armando Maradona che non indulge mai raccontando la sua storia. Questo è il maggiore punto di forza della pellicola, oltre alla grande quantità di immagini inedite.

Il film è davvero interessante e lascia lo spazio per più di una riflessione. Chi ama il calcio non può non stupirsi, una volta di più, nell’ammirare la grandezza di un talento sportivo unico che solo quando scendeva in campo si realizzava in pieno, ‘lasciando fuori la vita, lasciando fuori tutto’.

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